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Playlist (in the mood for…Sanremo)

Elisa Fiorucci
Scritto da Elisa Fiorucci

facciamo un respiro profondo, accomodiamoci sul divano e fingiamo che tutto ciò abbia un senso

 

 

  1. Jalisse – Fiumi di parole
  2. Roberto Vecchioni – Chiamami ancora amore
  3. Anna Tatangelo – Ragazza di periferia
  4. Fiorello – Finalmente tu
  5. Zero Assoluto – Svegliarsi la mattina
  6. Silvia Salemi – A casa di Luca
  7. Bianca Atzei – Il solo al mondo
  8. Eiffel 65 – Quelli che non hanno età
  9. Nino D’Angelo – Senza giacca e cravatta
  10. Povia – Luca era gay
  11. Neri per Caso – Le ragazze
  12. Massimo Di Cataldo – Come sei bella
  13. Syria – Fantasticamenteamore
  14. Sonohra – L’amore
  15. Gazosa – Stai con me (forever)
  16. Paola e Chiara – Amici come prima
  17. Sottotono – Mezze verità
  18. Aleandro Baldi e Marco Guerzoni – Soli al bar
  19. Lollipop – Batte forte
  20. Anna Oxa – Senza pietà

 

Ci siamo. La mia settimana preferita dell’anno sta per cominciare. Le bottiglie di spumante sono in frigo, i titoli dei giornali sono già scritti, gli opinion leader sgranchiscono le dita sopra la tastiera. A partire da martedì sera, si alzerà il sipario sull’apoteosi del trash: il festival della canzone italiana. Sanremo, l’ultimo grande carrozzone nazionalpopolare, il nostro Super Bowl. Quando Carlo Conti e la sua proverbiale spontaneità faranno irruzione nei nostri salotti, noi applaudiremo compiaciuti, in virtuale simbiosi con gli incartapecoriti astanti del teatro Ariston. Sorrideremo come facciamo quando Mentana ci ricorda che i dati sono solo parziali, o una corteggiatrice qualsiasi si alza e dice no Maria, io esco. Sorrideremo in un misto d’imbarazzo e orgoglio, sorrideremo perché se non sorridessimo dovremmo spararci.
Sanremo a casa Fiorucci era una cosa serissima. I miei primi ricordi sono dei festival di metà anni 90, con tutta la mia numerosissima famiglia assiepata davanti al televisore. Tutti diventati improvvisamente grandi esperti di musica, pronti a sentenziare, commentare, scommettere sul podio finale, fare battute da caserma sulla futura ex moglie di Stefano Accorsi. La nostra primissima sbronza, io e miei cugini l’abbiamo presa durante una semifinale, e i nostri genitori erano così presi dalla gara che non si accorsero di nulla. Avevamo dodici anni e mia sorella tifava per Massimo Di Cataldo.
Durante l’adolescenza il mio rapporto con la kermesse mutò radicalmente. Avevo iniziato a farmi una pseudo cultura musicale che prescindeva (in parte) da MTV, e i dischi che compravo non erano su Hitlist Italia, figuriamoci a Sanremo. Credo che il momentaneo punto di non ritorno sia stata l’esibizione delle Lollipop, miei idoli assoluti fino a qualche anno prima. Presentarono tra i “big” il loro instant classic ‘Batte forte’, e un’ondata di unanime derisione le travolse. “Eravamo premature (sic) per quell’esperienza” ha commentato una delle ragazze, che poi tornarono insieme a furor di popolo per una delle reunion meno logiche di ogni tempo, ultimo tentativo (si spera) di sottrarsi all’oblio. Se è vero che mi crogiolavo nell’idea di diventare una-che-ascolta-bella-musica, e nell’identità che mi stavo costruendo con scarso successo non c’era posto per la svolta dance di Syria, è vero altresì che il meglio era alle nostre spalle. Ricordo i Neri per Caso, le polemiche perché Fiorello “non è un vero cantante”, Patty Pravo quando ancora si riuscivano a distinguere le parole dei suoi capolavori, i Bluvertigo che mi sembravano la cosa più alternativa che avessi mai visto (Morgan fu poi rivalutato, poi escluso per droga, poi rivalutato di nuovo e quest’anno i nostri vinceranno il premio della critica). Sfortunatamente ho invece rimosso i Ragazzi Italiani, il premio Famiglia Cristiana, e soprattutto i Dhamm, che erano i nostri Soundgarden, e fecero innamorare le ragazzine come solo uno dei due Sonohra seppe fare in seguito.
L’akmé fu però raggiunto da Anna Oxa, che trionfò nel ’99 con ‘Senza pietà’. Non posso esimermi dal riportare – con l’umiltà che si deve sempre mostrare di fronte alla grandezza – uno stralcio della straordinaria seconda strofa.“Le mie mani, le tue mani in questa battaglia / è un agguato a tradimento nella boscaglia /rotolare insieme lungo il fiume dei sentimenti…”
Sembrava impossibile, ma le vette raggiunte dal labirinto della nostalgia di pausiniana memoria erano state scavalcate. Certo ci sarebbe stata ‘Processo a me stessa’, troppo ambiziosa però, non eravamo pronti.
Simona Ventura fece il possibile per portare avanti la baracca, nello sdegno generale, ed era in realtà l’unica ad aver intercettato il nuovo sentimento emergente delle viscere del Paese: la ridiculousnessless, la totale mancanza di senso del ridicolo. Malika Ayane dovrà passare molte estati a morire un po’ prima che la Rai si accorgesse di quello che SuperSimo aveva capito quasi dieci anni prima. La gente non voleva più il vorrei ma non posso, la gente voleva il non posso e basta, e anch’io. Ecco, io non so quand’è che Sanremo ha smesso di essere una cosa bella, sicuramente non lo è mai stato da quando ho iniziato a seguirlo. Ma se prima il grottesco come cifra stilistica sembrava più il nefasto esito di un tentativo troppo ardito, da un certo punto in poi è diventato una scelta programmatica. La settimana festivaliera è il momento della sospensione del giudizio, in cui tutto è messo fra virgolette, del rovesciamento che porta lo squallore al vertice della nostra gerarchia di valori estetici. Molti musicofili mi chiedono perché continuo a vederlo, anche se certo – concedetemelo – non per intero e non con una soglia dell’attenzione particolarmente alta. Lo vedo perché è una delle poche cose che mi fanno ridere della televisione italiana. Perché il trash è una categoria dell’arte non meno dignitosa delle altre, forse la più catartica. Già pregusto le molto utili polemiche, già sento qualcuno (di solito le vostre madri, di solito del pezzo di Noemi) che questa è bella, va sentita senza l’orchestra, andrà tanto in radio. Soprattutto, già vedo i voti bassi dei giornalisti dei quotidiani che si sentono gli ultimi custodi del buon gusto quando sono loro stessi a contribuire a questo sfacelo, giorno dopo giorno e ab aeterno.
Mi dispiace sinceramente, invece, per quelli che s’indignano, che credono che ignorarlo e soprattutto vantarsene – nel 2016 – sia un modo di fottere il sistema. Per due motivi. Il primo è che i soldi pubblici eventualmente non investiti nel festival sarebbero usati in cose come una fiction ambientata in un convento con Vittoria Puccini e la sorella di Belén nel ruolo di madri superiore. La seconda è che aspettarsi di meglio da Sanremo significa prenderlo sul serio, dargli un’importanza che non ha mai avuto, e dunque legittimarlo. Ma anche questo vociare fa parte dello show, è rassicurante. E l’essere-rassicurante è uno dei motivi per cui Sanremo è Sanremo.
Quindi facciamo un respiro profondo, accomodiamoci sul divano e fingiamo che tutto ciò abbia un senso.

Elisa Fiorucci

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