Recensioni

Paolo Preite – An Eye On The World

Scritto da Claudio Prandin

Il cantautore romano torna con un disco dall’anima fortemente a stelle e strisce

Paolo Preite è un cantautore romano di nascita ma americano di sentimenti; il suo pop rock infatti rimanda a quello più classico degli States a partire da Bob Dylan e da Bruce Springsteen, tanto che le sue canzoni sembrano perfette per essere cantate con solo voce e chitarra acustica; le dieci canzoni di questo suo secondo lavoro sono semplici ma efficaci ed estremamente godibili; il fatto poi che siano state completate con ricchi arrangiamenti non le priva della loro natura unplugged, ma ne rinforza l’imprinting rockeggiante.
Il precedente disco è stato interamente prodotto da Fernando Saunders (storico musicista di Detroit che ha lavorato con artisti del calibro di Jeff Beck, Marianne Faithfull, Joan Baez, Slash e, scusate se è poco, Lou Reed) con il quale Preite ha stretto una solida amicizia; in questo album però Preite ha voluto provare a cimentarsi anche come produttore chiedendo a Saunders di coadiuvarlo mantenendo un ruolo secondario; questo ulteriore passo in avanti nella sua crescita artistica ha valorizzato l’opera che vede proprio negli arrangiamenti uno dei suoi punti di forza; compaiono infatti molti spunti di rilievo nelle partiture del pianoforte di Ondre Pivec (che ha lavorato con Wu-Tang Clan e Billy Cobham), nel drumming preciso di Kenny Aronoff (batterista di John Mellencamp e Cinderella) e nelle performance degli altri musicisti che provengono da diversi paesi (Italia, Danimarca, USA, Slovacchia e Serbia).
Lo stesso Preite confessa che: “L’assolo di violoncello di Jane Scarpantoni in “Memories and Dust” è qualcosa che mi fa vibrare ogni volta che lo ascolto, mentre le percussioni di Michael Jerome su “I will meet you again” mi hanno consentito di aprire un mondo inesplorato per quanto riguarda la produzione di questo brano”.
Molto belli sono anche le incursioni di violino in Never ending war e l’assolo di sassofono di In your eyes. Nella title track si ode anche un brevissimo omaggio al grande Jimi Hendrix, a rimarcare le influenze americane che ispirano questo godibile lavoro.

 

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Claudio Prandin

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