Sono bastate le pietre del Museo e Parco Archeologico Nazionale di Scolacium e le note giuste per fare un salto fuori dal tempo. A Borgia (CZ), lo scorso 4 agosto l’aria è cambiata improvvisamente con il debutto di “Olio, Pane e Vino Sound”, l’attesissima creazione firmata da Ambrogio Sparagna (direttore e maestro, organetto e voce) per la ventiseiesima edizione di Armonie d’Arte Festival. Nato nel cuore del percorso dedicato alle “Nuove Rotte Mediterranee” e attorno al tema arcaico e salvifico degli “Approdi”, l’evento ha avvolto il Parco in un immenso abbraccio collettivo. Una visione lucida e appassionata, quella della direttrice artistica Chiara Giordano, che immagina il Mare Nostrum come una memoria viva capace di ricucire il destino dei popoli, affidando alla cura della terra e alla convivialità il compito di risvegliare i sensi, sancito da un profondo richiamo d’amore che per il maestro Ambrogio Sparagna ha rappresentato un autentico ritorno dell’anima. Un legame che affonda le radici negli anni Ottanta, quando fianco a fianco con Diego Carpitella, Sparagna camminava su queste stesse vie per incrociare il canto della lira calabrese, ricordando come questa sia una terra rara e straordinaria dove si incontrano più cantori e danzatori che semplici ascoltatori. Lo slancio dell’artista si è incarnato come un invito gentile a riscoprire la leggerezza, a riappropriarsi di una convivialità perduta e a sentirsi custodi di un patrimonio che profuma di eternità. Un itinerario sonoro senza barriere si è così dipanato sotto il cielo di Borgia, grazie all’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica di Roma — composta da Ottavio Savianoalla batteria, Diego Micheli al contrabbasso, Alessia Salvucci ai tamburi a cornice, Cristiano Califano alla chitarra, Clara Graziano all’organetto, Raffaello Simeoni ai fiati e alla voce, Marco Iamele con zampogna e fiati e Annarita Colaianni alla voce — dipingendo un paesaggio pregno di verità, arricchito dalle contaminazioni del mondo convenute sul palco, come quella di Ziad Trabelsi, musicista tunisino e ospite d’eccezione che ha offerto un canto sferzante come il peperoncino di questa terra, insieme al graffio di Theodoro Melissinopoulos, cantante greco legato alla Calabria dagli affetti più intimi in quanto sposato con una donna di Marina di Catanzaro, il quale ha fatto tremare i cuori con un omaggio a Mikis Theodorakis, intonando “Fiume amaro” in italiano e in greco. Nel suo canto bizantino, quasi alchemico, risuonava quella sacralità ancestrale di matrice pasoliniana che ha il gusto delle cose pure e con la grazia di chi riconosce la propria casa nei dettagli, Melissinopoulos ha ricordato il valore antico della filoxenia, l’ospitalità accorata di quanti accolgono lo straniero come un fratello ritrovato. Il viaggio si è spinto fino agli anfratti più segreti dell’Aspromonte, nell’area grecanica di Gallicianò, (RC) là dove il tempo si è cristallizzato e le filastrocche risuonano nell’idioma millenario del greco antico, resistendo stoicamente come un fossile vivente della Magna Graecia, accompagnandosi alla forza civile del poeta siciliano Ignazio Buttitta che rifletteva l’intimità di un cantico francescano, fondendosi con i rintocchi delle sonate della campagna romana e con l’infinito racchiuso nei versi danteschi de L’amor che move il sole e l’altre stelle. La magia, del resto, si era fatta strada sin dal pomeriggio nel laboratorio preliminare alla festa, momento in cui la danzatrice Francesca Trenta ha chiamato a raccolta il pubblico con un’immersione nella tarantella, azzerando ogni distanza tra spettatore e protagonista, per poi esplodere fragorosamente durante il concerto quando la stessa Trenta è salita sul palco e la platea ha seguito il richiamo, riversandosi a ballare in un irrefrenabile moto di energia popolare. La musica si è nutrita dei tre elementi cardinali della civiltà mediterranea: l’olio, inteso come linfa della terra, il pane, quale sacramento della condivisione e il vino, elevato a eterno inno alla gioia, meraviglie celebrate sulla terrazza panoramica dalla cena d’ispirazione storica, preparata con dovizia dalla chef Valentina Amato (Il Piatto Giusto Lab&Store) e suggellate dalle degustazioni offerte a tutti i presenti, grazie a Cantine Russo & Longo, Podere d’Ippolito, caffè Guglielmo e gli amari Pikrò. Quando le ultime note hanno cominciato a sfumare è rimasta salda una certezza: la cultura popolare costituisce una casa comune, aperta, calda e pronta a rifiorire ogni volta che scegliamo di ascoltarci, di ballare insieme e di tenderci la mano.
Si ringrazia l’ufficio stampa: Anna Trapasso.
Galleria fotografica: Massimiliano Natale









