Interviste

Max Fuschetto

Scritto da Fortunato Mannino

L’album, evocativo e profondo come solo un grande album sa essere, si candida a essere uno dei più belli di questo 2022

In questi anni di splendida collaborazione con SOund36 ho avuto la possibilità di conoscere persone umanamente e artisticamente semplicemente straordinarie. Uno di questi è senza ombra di dubbio il compositore partenopeo, ormai di fama internazionale, Max Fuschetto. Da poco è uscito Ritmico non Ritmico per NovAntiqua Records, un lavoro che segna un’ulteriore evoluzione della poetica dell’artista. L’album, evocativo e profondo come solo un grande album sa essere, si candida a essere uno dei più belli di questo 2022. Un’opera prima di essere di chi l’ascolta è di chi la pensa: con l’intento di scoprire un po’ di più della genesi di questo lavoro ho deciso d’incontrare, purtroppo solo virtualmente, l’autore.

Ciao Max, bentornato sulle nostre pagine. Prima di entrare nel merito di Ritmico non Ritmico, permettimi di felicitarmi per il matrimonio con NovAntiqua Records. Non è la prima volta che presento un loro disco e posso affermare, che hanno artisti di grande livello. Com’è avvenuto quest’incontro per entrambi fortunato?Grazie Fortunato, conoscevo NovAntiqua e quando ho deciso di inviargli il lavoro per una eventuale pubblicazione ho pensato che fosse la dimensione adatta ad una musica, la mia, che per via del suo eclettismo ha difficoltà a collocarsi lì dove i parametri stilistici risultano troppo stretti. Tra l’altro il mio amico e compositore Oderigi Lusi aveva già pubblicato per NovAntiqua e ha incoraggiato questa mia idea. Infine, passaggio essenziale, ai curatori artistici dell’etichetta, musicisti dalla mente aperta, il lavoro è piaciuto e hanno accettato la proposta di questa modern classical music che propone un mondo in divenire.

Ritmico non Ritmico è il tuo ultimo lavoro e, come ho scritto in fase di presentazione, mi sembra rappresenti un’ulteriore evoluzione della tua poetica. Ripercorro brevemente la tua discografia: in Popular Games hai raccontato le storie e il fascino che hanno i giocattoli e i giochi di un tempo; In Sùn Ná la bellezza eterea della musica associata all’idea di sogno; In Mother Moonlight la nostalgia per il tempo perduto della spensieratezza e, quattro anni dopo, si arriva a Ritmico Non Ritmico. La sensazione è che, questa volta, l’occhio dell’artista si sia soffermato ad osservare la società contemporanea, le sue solitudini, le sue inquietudini, il suo affannarsi. L’immagine che l’ascolto dei brani mi ha suscitato è quella di un quadro di Edward Hopper. Se l’intuizione è giusta, ti chiedo anche se e quanto ti ha influenzato questo tempo surreale che viviamo.
Mettiamola così: guardare un quadro di Hopper è andare a finire dritto in un racconto di Carver. E Raymond Carver è uno di quegli scrittori che è riuscito a rappresentare con maggior forza, attraverso una scrittura straordinariamente essenziale, tutte le nevrosi contemporanee le cui risposte sono tutte racchiuse nell’evidenza che emerge dalla lucida rappresentazione delle psicologie, dei fatti e delle situazioni raccontate. Mi viene in mente Cattedrale, uno dei racconti più conosciuti, fantastico tra l’altro, e uno dei tanti dove il nonsense a cui approda la trama è la perfetta rappresentazione del nonsense in cui una larga parte del nostro mondo è andata ad incagliarsi. Hopper è stimolante anche per un altro fatto: in un momento storico in cui imperversa l’astrattismo si muove sul piano di un figurativismo completamente nuovo, intenso, poetico, straniante, urbano, intriso di solitudini capace di estrarre, come attraverso il sottile passaggio di un ago, lo spirito della società americana per inocularlo sulla tela.

Prima ho citato Edward Hopper e l’ho fatto anche perché due dei brani presenti nell’album sono dedicati agli artisti Jackson Pollock e Paul Klee. Come la loro visione dell’Arte ha influito sulla tua?
Oltre la visione dell’arte, che pure ha la sua importanza, posso dire che ci sono delle storie che mi prendono, hanno la forza di trascinarmi nel vortice di esistenze consumate dall’ansia della creazione, in bilico tra l’essere nel mondo e oltre esso: chi prenderebbe sul serio un Pollock se oggi non fosse diventato oggetto di culto? E chi capirebbe quel ritorno di Klee “nella stanza dei bambini”, espresso in quel tratto primitivo del disegno e nelle soluzioni compositive, se il Novecento non ci avesse suggerito che per dire una parola nuova in arte bisogna imparare a pronunciarla come fosse la prima volta?
Vortex, il brano dedicato a Pollock è la semplice gestione del caso, come nel dripping. Ho preso alcuni frammenti sonori registrati per altri brani e, mentre li posizionavo nella sessione di lavoro, ho cominciato a scoprire relazioni tra essi. Inserendo via via sempre più elementi e accostandoli sempre di più, sovrapponendoli anche, il flusso sonoro ha cominciato a prendere forza, spessore e velocità proprio come accade in un movimento a spirale.

La tua Musica va oltre i modelli e, per questo, è impossibile etichettarla. Evidente la sinergia con Enzo Oliva e Pasquale Capobianco con cui da anni collabori, notevoli le qualità dei musicisti di cui ti circondi ma, effettivamente, come nasce una tua composizione?
Enzo Oliva e Pasquale Capobianco sono due straordinari musicisti che non hanno bisogno di presentazioni. Dotati di una eleganza naturale, nel loro esprimersi attraverso il suono, donano alla musica quel quid di ineffabile che rende uniche le esecuzioni.
Io credo nella forza del confronto e della cooperazione: il primo permette di chiarirsi meglio le idee, magari scartando quello che non va per tenersi il resto, la seconda è il vettore più adatto a realizzare sogni. Con i miei amici accade tutto questo. Per quando riguarda i brani, ognuno ha una sua storia. Posso dire che ogni problema compositivo è l’occasione per una composizione. Spiego cosa è per me un problema compositivo: immaginiamo che io voglia scrivere un brano che usi pochi suoni, ad esempio solo i tasti bianchi del pianoforte, anzi anche lì magari non tutti. Una volta scelto o inventato un motivo di partenza, la sfida è proporre tutte le variazioni possibili senza però perdere il senso artistico dell’impresa cadendo ad esempio in un inutile esercizio di tecnica. È quanto ho fatto ad esempio in Number 3, seconda traccia del disco, dove un semplice ritmo di sei più sei colpi battuti su un tamburo, che ho preso da un libro di Simha Arom sulla musica dei Pigmei Aka del Centroafrica, mi ha dato lo spunto per realizzare un brano per pianoforte in cui ripetizione e variazione sono due processi costanti, uno sull’altro.

L’album si chiude con un brano dedicato a Lucio Battisti. Un brano intenso in cui la presenza assenza o se preferisci assenza presenza è particolarmente evidente e ne fa uno degli apici di album praticamente perfetto. Ti chiedo se c’è un motivo particolare nella scelta di dedicarlo a Lucio Battisti al di là del fatto che sia, indiscutibilmente, un’icona.
Il tema l’ho recuperato da uno dei miei quaderni in cui da ragazzo trascrivevo le melodie che mi venivano meglio. Essendo stato scritto sotto l’influenza di una certa musica mi sono accorto, riprendendolo, che aveva dei caratteri un po’ vintage, almeno a me sembrava così, per cui, creando una indubbia frattura stilistica nel disco, di cui mi prendo la responsabilità, ho pensato che nel titolo potevo fare un omaggio ad uno dei compositori italiani più geniali del secondo novecento: Lucio Battisti. Una volta scelto il campo d’azione ho realizzato un arrangiamento e una forma in cui alcuni elementi sono suggeriti dalla musica degli anni ’70 come nella seconda parte del brano, dove il tema scompare improvvisamente e la musica si lancia in un momento di ritmica libertà che assomiglia a certe impennate del progressive a cui anche Battisti si è abbandonato.

Nel brano è presente anche il trombettista Luca Aquino, artista che non ha bisogno di presentazioni. Una collaborazione non nasce mai per caso e ti chiedo: quali sfumature di colori o atmosfere, perdonami la banalità della terminologia, ricercavi per questo brano che solo Luca Aquino poteva darti?
Sì, il suono è la prima cosa che arriva di un disco, insieme al mood e allo stile. Per completare quell’idea di suono che avevo in mente per A Lucio B. ho pensato ad un fiato, come quelli di Acqua Azzurra o E Penso a Te, e quindi ho cominciato a lavorarci di fantasia. Avendo ascoltato Luca che ha un suono personalissimo e affascinante mi sono detto che era quello che cercavo. Luca ha eseguito in una maniera estremamente poetica, insieme agli archi, anche un altro frammento di Ritmico Non Ritmico a cui sono molto legato: Midsommar.

Il periodo che viviamo è surreale ma, in qualche modo, bisogna pur ripartire. Hai appuntamenti da dare ai nostri lettori?
Per le presentazioni di Ritmico Non Ritmico si riparte a settembre mentre il 29 luglio prossimo mi aspetta un importante appuntamento in duo con Emanuele Errante per il prestigioso festival Interferenze. Sempre a settembre proporrò al Festival Percussioni una nuova avventura per tastiere percussive, marimba e vibrafono, a cui sto lavorando con Marco Molino e Roberto Di Marzo, due giovanissimi e straordinari percussionisti.

NovaAntiqua Records
Synpress44 Uffico Stampa
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