Recensione libro a cura di Sara Bonfili.
Maurizio Biancani, L’Alchimista del Suono”, cinquant’anni di musica al mixer, Fernandel, 2026.
È stato presentato il 23 gennaio scorso, alla libreria Coop di Bologna, il libro di Maurizio Biancani L’alchimista del suono. Cinquant’anni di musica al mixer, a cura di Andrea Fiorenza edito da Fernandel.
Biancani è il tecnico del suono dei più grandi cantautori italiani, da Lucio Dalla a Vasco Rossi, che gravitavano in quel di Bologna, dove ha fondato il Fonoprint, ma è anche un musicista, produttore, giornalista, insegnante, nato come pianista nelle orchestre, e cresciuto tra i segreti del mixer. Lui, che secondo il refrain dei genitori doveva trovarsi un “lavoro serio”, «…in fin dei conti con un diploma da perito elettronico».
Le belle foto in bianco e nero aiutano il lettore a calarsi nei panni dei protagonisti di questa cavalcata nel tempo. Dalle prime pagine iniziamo a conoscere Biancani, un bel viso alla Tony Banks, uno sguardo fiero e consapevole, dai larghi orizzonti, perfettamente calato negli anni Settanta, quando l’Italia assorbiva le influenze Brit ed era tutt’altro che tagliata fuori. La musica all’epoca univa una generazione al di là delle frontiere, a Bologna come a Londra. Così tra modelli rock e grandi sogni, debiti e difficoltà, il primo studio di registrazione diviene la celebre Fonoprint, che si rinnoverà ancora negli anni Novanta con l’apporto di produttori inglesi. La Fonoprint è il volano che traghetta Biancani verso esperienze sempre più intense, dai tour con Vasco Rossi a quelli con Eros Ramazzotti, con Lucio Dalla, gli Stadio, i Pooh, Fiorella Mannoia, tra gli altri. Dalla sua sala di registrazione, costantemente al passo con i tempi, passarono tutti i cantanti che frequentavano Bologna, fino a Luca Carboni e Samuele Bersani nei tempi più recenti. Molti sono i nomi che spiccheranno in questo cahier di ricordi personali. Fra i tanti, quello di Vasco Rossi dell’esordio discografico di …Ma cosa vuoi che sia una canzone… e poi con Bollicine, che l’autore definisce “l’album della svolta”. Lo studio e la tecnica di Biancani, oltre naturalmente ai talentuosi musicisti di cui Vasco si circondava, furono i responsabili del suono rock inconfondibile del Blasco nazionale…E poi, il nome di Lucio Dalla, che ritorna nella spensieratezza delle vacanze alle Tremiti, nelle malinconie passeggere, nei blocchi creativi, nell’omaggio a Freddy Mercury: tutte esperienze vissute insieme. Fino alla sua improvvisa morte. Non manca di ricordare, con stima e riconoscenza, i premi ricevuti, dal Telegatto nel 1983, al Premio Union nel 1991 e al Nettuno d’Oro, consegnato dal Lions Club di Bologna per «i meriti artistici».
La prova editoriale di Biancani, venuta alla luce grazie all’incitazione del figlio e degli amici più stretti, si snoda tra flashback e ritorni al presente e si fa ben leggere, sia dai neofiti, sia dai professionisti del settore che troveranno pane per il loro denti, ripercorrendo un periodo sensazionale per la musica italiana.
Intervista a Maurizio Biancani, a cura di Annalisa Michelangeli.
Come è nata la tua passione per la musica e quando hai deciso di dedicarti al mixer?
È nata quando ero ancora un bambino, mi ricordo che a sette-otto anni avevo il desiderio di suonare uno strumento, quindi probabilmente chiesi a mia madre di comprarmene uno e lei mi comprò una piccola tastiera elettrica, poi una chitarra, fino alla mia richiesta di prendere lezioni di pianoforte. Da lì non ho più abbandonato la musica, si girava per le balere soprattutto, facevo una musica “da ballo”. Tra i diciassette e i diciotto anni ho iniziato anche a curare i suoni su richiesta della band con cui suonavo. Fu una scoperta per me: mi accorsi che mi piaceva molto di più controllare i suoni piuttosto che suonare. Mi sono quindi trasferito in sala.
Cosa significa per te lavorare ai suoni di un musicista, cosa ti ha dato maggiormente a livello umano la tua professione?Ho sempre cercato d’instaurare un buon rapporto con la maggior parte degli artisti con cui ho lavorato. Ho avuto belle esperienze e penso di non aver mai litigato con nessuno; con il tempo e il lavoro in studio ho imparato anche a utilizzare un po’ di psicologia, fare un disco non è facile, sia per i musicisti che per chi cura il suono, infatti ritengo che anche i fonici siano artisti e parte attiva nel processo di creazione di un album.
Quale consiglio daresti a un giovane che voglia intraprendere la tua strada?
Su tutto consiglierei la formazione specifica, è importante avere nozioni di base e più approfondite per intraprendere la professione di tecnico del suono. I ragazzi migliori che escono dai nostri corsi allo studio Fonoprint vengono indirizzati in realtà specifiche o restano a lavorare con noi.
Del libro “L’Alchimista del Suono” uscito di recente, cosa puoi dirci relativamente ai ricordi e all’approccio narrativo?
Un anno fa, spinto principalmente da mio figlio e dai miei amici cui ho sempre raccontato aneddoti del mio lavoro, ho deciso di mettere su carta i ricordi legati alla mia professione, mi sono reso conto in itinere che avevo una marea di roba da poter presentare al lettore e ho portato tutto ciò a un editore che era interessato alla pubblicazione. Il lavoro è stato più che altro rendere i miei ricordi in maniera più narrativa, su questo ho avuto il piacere di collaborare con il curatore Andrea Fiorenza e ne è nato un memoir, una serie di ricordi che non seguono un ordine cronologico preciso, ma che si accavallano e si collegano continuamente, proprio come funziona la memoria.
Progetti che stai seguendo o seguirai?
I miei corsi stanno proseguendo, sto curando dei mastering, la mia professione ora si è spostata più verso la post-produzione, dopo molti anni mi sono appassionato a questa fase. Di recente ho ultimato la masterizzazione della colonna sonora del film “Le cose non dette” di Gabriele Muccino con il musicista e compositore Paolo Buonvino.

