Interviste

Massimo Zamboni, Intervista

Fortunato Mannino

“C’è sempre nella testa di chi è piccolo la casa sull’albero, il giardino segreto, la fuga in zattera e questo noi siamo riusciti a farlo per una volta”

In occasione del Balenando in Burrasca Reading Festival, io e Antonio Aprile abbiamo intervistato Massimo Zamboni. In attesa della prossima edizione del festival, riproponiamo anche in forma cartacea uno dei momenti più belli e intensi del festival.

F.M.: Essere qui stasera (28 aprile 2019 n.d.r.) è una bella emozione, perché Massimo Zamboni mi fa compagnia da tantissimo tempo, dal primo album fino a tre mesi fa, quando ho comprato Sonata a Kreuzberg. Oggi essere qui per me è un piacere, un onore, ma forse anche un piccolo sogno che si realizza. Ho letto due volte Anime galleggianti, non posso fare spoiler perché è un libro che non si può raccontare. Se parlassi di pittura probabilmente parlerei di impressionismo/espressionismo, sicuramente è carico di tante suggestioni, suggestioni intese anche come suggerimenti. È un viaggio, un viaggio particolare, forse uno di quelli che abbiamo sempre sognato di fare, fatto su una sorta di casa galleggiante e ci racconta di un paesaggio. Infatti, la prima domanda è proprio questa di raccontarci un po’ il progetto ed anche il paesaggio che per noi reggini è un paesaggio insolito, stretti come siamo tra l’Aspromonte e lo Stretto di Messina.
M.Z.:
Sì, questo è un paesaggio molto largo, un paesaggio della Pianura Padana, precisamente un canale, si chiama canale Tartaro che scorre parallelo tra il Po e il Mincio andando da Mantova, da Verona, dove nasce, fino al Mar Adriatico e quindi sono 130 – 140 km di percorso. Scorre in mezzo alla pianura in maniera assolutamente inavvertita, non ci si accorge di esso, si passa velocemente con l’autostrada, lo vedi e non lo consideri. Noi sappiamo che la Pianura Padana è sempre stato il luogo delle acque: c’erano molte più comunicazioni fluviali lungo i canali che non lungo le strade, i fiumi arrivavano all’interno delle città, Modena è una città a cui si arrivava in barca, ad esempio. Io vengo da Reggio Emilia, tutte le città avevano fiumi al loro interno: quindi c’è il fascino di ritornare a quest’acqua, che adesso è negato, in un certo senso. Adesso, tra l’altro, viviamo in tempi di siccità assolutamente estrema, per noi questo è un dato completamente inedito.
Una volta che lo vedi, questo canale Tartaro, ti viene voglia di porti il problema, di capire che è lì, sotto i tuoi occhi, davanti a te: perché non provi a navigarlo, perché non provi a prendere qualcosa che galleggi e semplicemente ti lasci andare con la corrente che è lentissima? Parlando di questa suggestione con un giovane cantante italiano, Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica) mi sono sentito rispondere: Sì, facciamolo! con l’immediatezza di un ragazzo molto più giovane di me e quindi abbiamo trovato una piccola zattera, abbiamo chiamato un amico fotografo, Piergiorgio Casotti, di cui vedrete l’opera più avanti, e abbiamo realizzato questo sogno un po’ da ragazzini. C’è sempre nella testa di chi è piccolo la casa sull’albero, il giardino segreto, la fuga in zattera e questo noi siamo riusciti a farlo per una volta, in età un po’ avanzata magari, ma poi è stato bello accarezzare questa possibilità.

F.M.: Tra le immagini più belle di questo libro c’è quella dell’uomo anziano su una barchetta, che si perde nelle ultime luci dell’imbrunire. È un’immagine molto poetica, ma anche densa di malinconia, perché quell’Italia rurale che tu attraversi, che non aveva confini fino a cento anni fa, si è un po’ persa. Io, pensando alle mie radici, immagino un albero di ulivo, generoso ma allo stesso tempo anche contorto, come se avesse su di sé tutta la fatica del vivere la terra. Quest’Italia non c’è più. Vorrei capire se, secondo te, siamo a un punto di non ritorno, se stiamo perdendo un po’ tutto, dalla tradizione alla lingua, agli stessi sapori – infatti noto che forse l’anguilla l’hai mangiata solo tu, ed è una cosa che mi ha colpito. Quell’Italia aveva personaggi caratteristici e un paesaggio che l’incuria e l’oblio stanno violentando. Secondo te, dove abbiamo sbagliato e quando abbiamo sbagliato?
M.Z.
: Mah, ci sono tanti occhi con cui guardare le cose. Ad esempio, venendo oggi qua – io sono partito da Pisa stamattina, per poi andare a Bologna, a Bologna ho preso l’aereo per Roma, da Roma a Reggio Calabria – ti imbatti in tantissima gente, questi sono giorni di festa quindi c’è molta folla, molto turismo. Ci sono tanti turisti stranieri e tutte le volte che chiedevo un’informazione o era un finlandese o era un americano, non son riuscito a trovare un italiano e vedevo l’Italia nei loro occhi, che è diversa da quella che vedo io. Loro vengono nel nostro Paese e vedono quello che noi non riusciamo a vedere, hanno voglia di cogliere soltanto la bellezza. Bellezza che, tra l’altro, non abbiamo inventato noi, l’ha inventata chi ci ha preceduto. Dovremmo chiederci perché non siamo portatori di bellezza, nella stragrande maggioranza dei casi, ma al massimo di funzioni, di utilità. Quella che è la grande bellezza del paesaggio italiano, al di là della varietà estrema che può correre tra Reggio Emilia e Reggio Calabria, è proprio negli occhi di chi viene da lontano e non si accontenta del degrado, non lo vede proprio, non lo vuole considerare. Li ho visti a Pisa ieri in trance per quello che vedevano, così come oggi arrivando a Roma, ma son convinto anche a Reggio Calabria. È certo che quel mondo che loro vedono l’hanno già visto rappresentato, l’hanno trovato nella letteratura, nei libri, nel cinema, nelle fotografie. Noi non lo vediamo, perché viviamo lungo le strade, nel lavoro, negli affanni, nei problemi quotidiani e non siamo in grado di percepirlo. Beh, percepiamo la trafittura: io credo che ognuno di noi senta una ferita profondissima quando guarda al suo territorio con occhio appena appena consapevole. Quell’uomo anziano che se ne va in barca nel Polesine, in un mondo senza confini, è facile idealizzarlo: io sono sicuro che lui non ha avuto una vita facile, ha avuto una vita in un certo senso feroce come quella che passiamo noi oggi, ha sicuramente visto una guerra o forse ne ha viste anche due, è passato attraverso il fascismo, ha vissuto in luoghi dove la fame e la mancanza di lavoro erano una costante assoluta, ed era facilissimo cadere vittime di malattie di cui adesso non sappiamo neanche pronunciare il nome. Cerchiamo, quindi, di tenere sempre questo equilibrio, nel nostro occhio, tra quello che abbiamo perduto e quello che siamo riusciti a garantirci. È chiaro che il senso di slittamento che proviamo adesso, la continua zampata sul territorio che sentiamo è molto dolorosa. Pensavo oggi, guardando dall’aereo, a quanti siamo e, allo stesso tempo, a quanto spazio libero c’è: c’è questa tendenza inarrestabile a vivere nelle città e magari non ci rendiamo conto che la stragrande maggioranza del mondo è a nostra disposizione. Io, per mia fortuna, abito in una casa molto isolata sull’Appennino e non sento assolutamente la mancanza di una vicinanza stretta perché nella realtà c’è ed è una vicinanza, anche se la prima persona magari è ad un chilometro da casa mia. Però il mondo è grande, il mondo ci offre ancora tanto e non dimentichiamolo, perché il nostro punto di vista è sempre così tanto stradale, sempre nei nostri soliti percorsi, ancora c’è tantissimo mondo attorno a noi.

F.M.: Hai incontrato tanta gente, con alcuni ci hai parlato, altri li hai visti, di altri ne hai sentito parlare. In qualche sprazzo, in qualche brano del libro emerge anche un’Italia un po’ cattiva, soprattutto verso gli stranieri. Ora ti chiedo, citando anche alcune frasi di testi dei CCCP e dei CSI: Le insegne luminose, politicamente parlando, continuano ad attirare tanti allocchi e l’Italia di oggi saprebbe scegliersi la sua parte dietro un’ipotetica Linea gotica o veramente abbiamo abbandonato / saremmo disposti ad abbandonare le certezze democratiche per un brandello di ipotetica sicurezza?
M.Z.:
Mi dispiace un po’ uscire dall’atmosfera sognante di Anime galleggianti, a cui vi riporterò velocemente, ma questi d’altra parte sono i giorni tra il 25 aprile e il primo maggio, quindi sono giorni in cui è bene riflettere sul nostro Paese, su quello che siamo noi e sulla nostra condizione di cittadini. Questo è anche il motivo per cui, mi scuso, ho la voce così bassa, perché in questi giorni ogni giorno c’è un concerto e quindi ho finito ieri notte alle 4:00 a Pisa e la voce è rimasta lungo la strada. Succedono cose strane, ad esempio ho suonato l’altro giorno in piazza a Carpi, a Modena, con Vinicio Capossela e c’erano 8000 persone, contentissime, e quando tu suoni in queste occasioni ti sembra di essere nel posto giusto, di sembra che il mondo sia quello lì, che non ci sia un altro mondo a parte di quel momento di festa in cui ti senti così vicino agli altri.
E poi torni a casa la sera e un amico mi manda un messaggio da Mantova – Mantova da Carpi dista 15 – 20 km – e la Gazzetta di Mantova racconta che il prefetto ha proibito, durante la celebrazione del 25 aprile, di suonare Bella ciao, che non è una canzone comunista, è una canzone della Resistenza e la Resistenza andava dai monarchici ai democristiani, ai comunisti ai socialisti, a quelli che non sapevano neanche come mai combattevano. E al posto di Bella ciao, che è stata cassata perché era una canzone divisiva, questa è stata la parola che è stata usata, hanno suonato l’Inno di Mameli, in un certo senso doveroso, Il Piave mormorava, che si riferisce alla Prima guerra mondiale, e Il Silenzio, che è il cappello finale su tutta questa vicenda. Ti viene di pensare: Dove stiamo cadendo? Che cosa sta succedendo? E qualche giorno dopo sento il prefetto che impedisce non solo ai partigiani, all’ANPI, alla città di Mantova che è una città amministrata dalla sinistra, di suonare Bella ciao, ma allo stesso tempo c’è un tepore nelle reazioni: l’ANPI di Mantova ha detto che questa decisione era legittima pur se deprecabile e io non credo che sia legittima e non credo che sia deprecabile. Credo che sia orribile, che è un’altra cosa, e il sindaco di Mantova si è appellato a un protocollo d’intesa tra tutte le forze che partecipavano alla manifestazione. Questa è la nostra Italia, e io comincio a sentire in qualche zona indefinita della testa il timore di pronunciare alcune parole ed è il primo segno di un cedimento, di un lasciarsi andare alla paura. Per la prima volta ho sentito paura e, se sono a Carpi in piazza con i miei amici a suonare davanti a 8000 persone, non ho quella paura ma io lo so che quella non è l’Italia attuale. E che cosa facciamo? E che cosa pensiamo? Mi è sembrato così strano che tutti i cittadini di Mantova non siano usciti con l’auto con Bella ciao a tutto volume, strombazzando in città, però non l’hanno fatto, questo è così.

A. A.: È un po’ triste, sono considerazioni che condividiamo. A questo punto mi viene in mente una semplicissima domanda. Tu con i CCCP, con i CSI, insieme a Giovanni Lindo Ferretti, avete scritto un capitolo importante della storia della musica italiana e, soprattutto, avete avuto un approccio rivoluzionario, nei tempi in cui l’Italia aveva bisogno di uno shock musicale di questo tipo. Oggi un gruppo come i CCCP o i CSI avrebbe spazio di esprimersi? E un’altra domanda: C’è spazio per una musica che fa pensare, o la musica mainstream oggi è purtroppo concepita, creata e diffusa solo per evitare che la gente si soffermi troppo a pensare sulle tematiche di cui voi parlavate?
M. Z.:
Beh sai, noi intanto siamo qua oggi, e questo spazio ce lo prendiamo, non ce l’ha regalato nessuno, non ve l’ha regalato nessuno. Sono sicuro che c’è stato un lungo lavoro e un lungo impegno, è quasi un anno che parliamo di poter venire qua oggi, e come questo festival ce ne sono tanti in Italia. Se noi guardiamo l’Italia attraverso ciò che ci dice la televisione ci facciamo un’idea, ma basta girare, per capire che ci sono persone intelligenti, che hanno voglia di porsi dei problemi, di pensare, di esserci ed anche di essere cittadini non solo dal punto di vista culturale “etereo”. Non so, tante volte c’è anche un po’ la presunzione, quando hai la chitarra in mano, di fare politica in qualche modo e questo, in un certo senso, è sbagliato. Atteniamoci alla nostra condizione di cittadini, diamo ognuno di noi il meglio che possiamo per vivere insieme agli altri, per cercare di fare tanto così per rendere il nostro mondo migliore rispetto a come l’abbiamo ricevuto ed è già un compito difficilissimo, senza pensare ad aver rivoluzionato chissà che cosa. Non c’era posto neanche al tempo dei CCCP per la musica, non c’è mai stato posto per la musica, non è un regalo, la musica te la prendi così come la cultura te la prendi, nessuno ti darà mai il diritto di scrivere, né ti diranno suona, canta, fotografa… Sei tu che lo prendi, lo prendi a detrimento della tua vita privata, del tuo lavoro, di altre cose che potresti fare, lo prendi perché senti che devi farlo. Mi è capitato di leggere un piccolo libro di Rilke, indirizzato a un giovane poeta che si chiedeva: Cosa posso fare? Come posso scrivere? E Rilke diceva, poniti la domanda: Tu puoi vivere senza scrivere? Questo già ti discrimina quello che tu puoi fare e così anche noi, in quel momento non potevamo vivere senza suonare perché non vedevamo alternative, io continuo a non vederle, in un certo senso.

F. M.: Torniamo all’atmosfera del libro, un altro dei momenti salienti o comunque penso per te importanti, quando ti sei trovato di fronte al cartello del parallelo 45. Ovviamente ci ricordiamo di Tabula Rasa Elettrificata, del successo, ma a me interessa sapere la differenza tra il Massimo Zamboni di Anime galleggianti e il Massimo Zamboni in Mongolia e retromarcia, che è un altro tuo libro.
M. Z
.: Il 45˚ parallelo è quello che lega sulla superficie terrestre l’Emilia e la Mongolia, ad esempio, questa è una cosa che abbiamo scoperto andando lì e non ci si pensa mai, che il parallelo che passa dalle tue parti poi lega un’altra parte del mondo così diversa da te. Però anche così, non so, siamo quasi parenti, è facile sentirsi legati, in fin dei conti è una corda immaginaria che ci stringe. È chiaro che dal viaggio in Mongolia con i CSI sono passati ventitré anni, quindi una buona parte della mia vita, soprattutto sono cambiate tante cose, ma non è cambiata la voglia di vivere e raccontare quello che succede mentre vivi. È stato così in Mongolia, è stato così per Anime galleggianti e anche un po’ per tutto il resto. Credo che raccontarsi biograficamente non sia segno di vaniloquio egoistico o egotistico, può esserci anche questo, ammettiamolo, però è anche offrirsi, in fin dei conti è la cosa che conosci meglio. Adesso mi sembra così strano leggere i romanzi in terza persona, sono così di moda, se voi andate nelle librerie sono piene di romanzi che narrano di personaggi immaginari, fittizi, ci sono grandi capolavori ma sono una minoranza. A me piace molto, invece, quando qualcuno si racconta, offrendosi e mettendosi un po’ quasi su un altare: Fate quello che volete di quello che io vi sto raccontando, perché la cosa migliore che posso fare è non tenerlo per me. E così questi viaggi sono un po’ tutti accomunati da questo.

F.M.: Un’ultima cosa, prima di salutarci, il concetto di viaggio. Tu ne dai una bella definizione nel libro e credo che la definizione di andare e vivere lentamente, non guardare ma osservare la realtà, quindi un viaggio lento, una vita lenta da assaporare sia uno dei messaggi che tu dai al lettore.
M. Z
.: Sai, quando hai diciott’anni, viaggio vuol dire, normalmente, fuga. Per me tutte le volte che potevo scappare da casa in autostop vedevo solo il viaggio d’andata, sapevo da dove stavo scappando e volevo conoscere il mondo. Pian piano è venuta maturando l’idea che il viaggio sia andata e ritorno. Parlo di viaggi volontari per il proprio piacere o per il proprio interesse, non parlo dei viaggi di migranti, perché l’idea di casa, di territorio, di luogo stabile in cui tu hai i piedi, magari hai i tuoi morti, i morti della tua famiglia, sia il luogo in cui tornare carico di quello che hai acquisito andando in viaggio. Però mi piace molto l’idea di tornare nei luoghi, così sono tornato in Mongolia, son tornato a Mostar, son tornato a Berlino, altrimenti c’è sempre questa smania di prendere senza mai tornare a verificare, senza mai ripensare alle cose perché le città cambiano, le persone cambiano, tu cambi ed è bello vedere dieci anni dopo, venti anni dopo, anche trenta anni dopo, che cosa succede dei tuoi pensieri di una città, che destino ha. Pensate Berlino quanto è cambiata in questi trent’anni anni, così come cambia la Mongolia, così come cambierà questo canale Tartaro, così come cambiamo noi. Questo si chiama mondo.

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