Recensioni

Marongiu & I Sporcaccioni – Mulo de Paese

Fortunato Mannino

Come diceva Pasolini: “tra scherzi e giochi grandi verità si possono dire”

La tentazione quando si legge un libro o si ascolta un disco è quella di inquadrarlo in delle macro categorie e possiamo dire, in generale, che la cosa in sé funziona o, perlomeno, fornisce al lettore un minimo di orientamento. Se ci si trova di fronte a lavori o gruppi con peculiarità proprie, la cosa diventa più difficile e un’etichettatura sbagliata o inadeguata ne compromette in parte il giudizio globale.
E Mulo de Paese, terzo album di Marongiu & I Sporcaccioni, è uno di quei casi. Prima di entrare nel merito, è giusto presentare una band che soprattutto nelle regioni del nord est (e non solo) si è costruita negli anni una meritata fama. Fama dovuta all’energia dei concerti, alle storie esplicite e irriverenti raccontate in dialetto bisiacco da Claudio Morongiu.
Questi ultimi aspetti potrebbero condizionare il giudizio e far gridare allo scandalo, ma basterebbe conoscere un minimo la nostra letteratura comica, per capire che il tutto, volontariamente o involontariamente, s’inquadra nell’ambito della tradizione. L’utilizzo della musica e della musicalità delle parole per fustigare qualcuno in particolare o la società stessa, o per raccontare storie colorite sono cose che non inventiamo, ma che ci appartengono.
Il dialetto con la sua immediatezza, con le sue mille sfumature è la lingua ideale per affrontare tematiche che, volenti o nolenti, superano il regionalismo stesso del dialetto. Quanto alla forma Marongiu & I Sporcaccioni scelgono il rock blues, anche questa forma ben incanalata nella tradizione e, non dimentichiamolo, i testi del blues delle origini erano decisamente espliciti. Basta questo per fare un buon album? Ovviamente no. Le storie bisogna saperle scrivere e raccontare e la musica deve avere un suo spessore. E musicisti di spessore in Mulo de Paese non mancano, come non mancano gli ospiti importanti fra i quali Franco Beat, Joe Perrino e Antonio Gramentieri, che ha anche prodotto l’album.
Le quattordici canzoni ci regalano uno spaccato ironico di quella grande provincia che è l’Italia fatta, per esempio, di uomini che si fanno sedurre e spogliare da bellissime donne dell’est (Volpe Russa) o la testardaggine del giovane che pensa solo al divertimento e alle donne. È chiara, a questo punto, la scelta della simbologia del mulo per il titolo e la copertina.
Queste sono alcune delle tematiche di un album piacevole, allegro, sarcastico ma che esiterei molto a definire demenziale perché, come faceva dire Pasolini al personaggio che apre i Racconti di Canterbury, tra scherzi e giochi grandi verità si possono dire.

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