Interviste

Malkovic – Intervista + Fotografie Live

MALKOVIC
Silvia Beck
Scritto da Silvia Beck

I Malkovic hanno uno stile unico. Abbiamo chiesto loro di raccontarsi, per conoscere meglio una delle band più interessanti della scena italiana.

I Malkovic, bresciani naturalizzati milanesi, sono Fabio, Simone e Giovanni. Il gruppo nasce nel 2015, ad oggi hanno pubblicato due EPMalkovic EP e Buena Sosta – e a marzo 2019 è uscito il loro primo album, Tempismo. In questi mesi si sono esibiti a diversi festival lombardi – fra cui il MIAMI a maggio -, così sono andata a fare una chiacchierata con loro prima del live a Crazy Cow Fest di Paderno Franciacorta, nella provincia di Brescia.

I vostri video clip sono tutti auto prodotti ed è costante la presenza del cinema giapponese, mi spiegate questa scelta?
Fabio: Sì, i video sono tutti prodotti da me e in realtà siamo più amanti del trash che del cinema giapponese, i due termini spesso andavano a coincidere fra gli anni ’80 e ’90. L’idea del primo video in questo stile è nata da Pietro Raimondi, Montag (cantautore milanese n.d.r.), che con Giovanni aveva visto il film “Distruggete Ufo U58”, ha raccolto le scene più importanti, per poi passarle a me che ho creato il prodotto finale.
Quello di “Sai Te” invece deriva da una mia ricerca personale, mi piace molto il vintage e navigo spesso su siti che raccolgono materiale di questo tipo. Sono andato quindi a cercare una storia con una protagonista femminile – poiché la canzone è dedicata alla sorella di Giovanni – e ho trovato questa versione di Robocop al femminile ambientata nel Giappone degli anni ’80. Era azzeccassima. Nel video di Gnavi, che è sempre nello stesso stile, le clip sono selezionate in modo più casuale e hanno le origini più disparate, è più un gioco di tecnica ed estetica.

A proposito del trash e dell’immagine che date di voi, vorrei parlare delle vostre t-shirt ed in particolare della prima che avete creato con stampato il disegno di un kebabbaro.
Giovanni: Quella del kebabbaro è un’idea che avevo da sempre, e con i Malkovic ho trovato la giusta dose di stupidaggine per realizzarla.
Tutte le magliette che abbiamo fatto, anche quelle in edizione limitata, sono in questo stile. Per esempio ne abbiamo fatta una con una foto di mio padre che taglia il prato, oppure una con una foto trovata su Facebook del matrimonio del tizio americano che ci masterizzò il primo EP. Incontrano bene il nostro gusto e piacciono anche alle persone che ci seguono. In generale secondo me siamo abbastanza genuini, facciamo musica riflessiva, però fondamentalmente siamo persone molto auto ironiche, non ci prendiamo troppo seriamente, con i pro e i contro che ne derivano. Amiamo suonare e facciamo quello che ci piace dal punto di vista musicale. Per quanto la nostra essenza musicale si avvicini all’immaginario serio del post rock, nella realtà siamo molto liberi di fare quello che vogliamo, parliamo della nostra realtà.

A maggio di quest’anno siete stati ospiti del MIAMI, com’è stato? Ve lo sareste aspettato?
In realtà siamo stati presi proprio alla fine, ma è stato molto bello per un gruppo della nostra portata. Ci siamo trovati a suonare alle 22.30 del venerdì – che è un orario perfetto – eravamo in mezzo tra i due palchi principali, con Giorgio Poi che stava finendo da un lato e i Fast Animals And Slow Kids che stavano per iniziare dall’altro; la data era sold out già in partenza e c’era quindi un sacco di gente, molti di passaggio, ma anche un buon gruppo che si è fermato per tutto il live.
È stato gratificante anche se sei cosciente del fatto che per una band come la nostra di date così non ce ne sono molte, è rara una situazione del genere in cui la gente ha pagato il biglietto ed è lì per ascoltarti; è più attenta rispetto che in altre situazioni. Eravamo a nostro agio, anche per affinità con altri gruppi presenti nella corrente Emo.

A proposito di questo termine che ho visto riferito a voi in alcune recensioni, qual è l’accezione che se ne dà ora e vi ci rivedete?
L’emo di ora non ha quel senso figurato che tutti abbiamo conosciuto negli anni 2000. Il nostro emo è quello degli American Football, dei Mineral e da lì in poi. Credo che derivi più dal termine “emotional”, però è comunque qualcosa di malinconico. È uno stile che si limita alla musica, ha la sua esistenza al giorno d’oggi, in modo completamente diverso da come era inteso anni fa. Poi se vai ad analizzare tante band che hanno iniziato negli anni 2000 e sono ancora attive, rientravano in quel genere musicale ed inizialmente avevano quel tipo di estetica, che però hanno lasciato mantenendo lo stile musicale. Per esempio i Fine Before You Came, continuano a fare quel genere e sono quelli che lo mantengono vivo verso un pubblico molto ampio. Per noi il post rock ha sempre avuto una grande importanza, e pensiamo che i brani strumentali possano a loro modo avere un grande sottofondo emotivo.

A proposito di post rock e brani strumentali, voi avete la costante del voler mantenere lo strumentale nei vostri dischi, quanto può essere secondo voi spendibile a livello commerciale una scelta del genere?
Venendo appunto da delle chiarissime radici post rock abbiamo il debole dello strumentale. Ci piace suonare e tutti i nostri brani nascono in sala prove prima suonando e molte volte si creano dei pezzi che ci piacciono anche solo così, senza un testo, a volte non ne sentiamo il bisogno.
“Chitarrina”, nel secondo EP, era il pezzo con cui aprivamo tutti i nostri concerti – come ora abbiamo SVP (svapo). Ci mette nella dimensione del live. Con un primo pezzo strumentale fai capire al pubblico qual è il tuo approccio, e per noi è molto utile per carburare, per capire come suona il palco. Dal punto di vista commerciale invece, l’etichetta ci ha consigliato per i prossimi lavori di limitare i pezzi strumentali, che in questo appena uscito sono tre.
In realtà il terzo, Loop One, doveva essere una ghost track, ma in fase di pubblicazione è stata inserita insieme alle altre. SVP invece nasce come canzone più strutturata, mentre Magni è un intermezzo, ma nascono comunque da una nostra passione per lo strumentale. Sicuramente nei live resteranno, in futuri lavori vedremo come fare.

Se doveste scegliere una frase o una canzone dei Malkovic, quale scegliereste?
Fabio: Se dovessi scegliere una canzone credo che sia “Colossus”, giusto perché ha una rabbia che quando la suoniamo mi dà qualcosa in più. È una delle più cattive che abbiamo forse.
Simone: Se parliamo di testi ti dico la frase “Le Catapulte Di Mera Memoria”, mi è sempre piaciuta. Esce qualcosa di Gio, della sua persona, di come affronta la vita. Sentirgli dire quelle parole è qualcosa di contestuale, penso che raccolga bene tutto il nostro stile. Per quanto riguarda i nuovi pezzi serve che sedimentino ancora un po’.
Anche “Vai Via, Non Sei Più Niente”. Non è una frase che leggeresti volentieri in un libro, però mettici sotto quel tiro lì ed urlala forte in quella tonalità e vuol dire qualcosa. Poi Giovanni si è sempre innamorato e preso delle grandi bastonate, quindi la sua componente artistica è molto influenzata dalla sua esperienza.
Giovanni: “Ufo” e “Nucleare” sono quelle che a cui non vorrei mai rinunciare in un concerto, poi c’è “Gnavi” nel secondo EP di cui mi piace la carica, ma non la metterei sul podio. Del disco sicuramente sceglierei “Case”, che è la più “Pop”. Come frase “non è detto che quello che cerco è quello di cui davvero ho bisogno” di Gnavi.

Recentemente avete pubblicato una cover di Lucio Dalla, “Cara”, vorrei chiedervi il perché di questa scelta, in quanto spesso le cover sono preventivamente criticate solo per il fatto di esserlo.
Giovanni: “Cara” è una canzone che mi è sempre piaciuta moltissimo. Un giorno l’ho riascoltata e suonata con un giro leggermente diverso dall’originale. L’ho portata in sala prove, girava bene e abbiamo deciso di registrarla, senza pensarci troppo. Inoltre c’erano una serie di coincidenze legate a questo brano: c’entrava con la ricorrenza della morte di Dalla, e Simone aveva iniziato ad appassionarsi a lui nell’ultimo periodo. Non è stata una cosa nata a tavolino, è diverso quando una band fa delle cover che sono nelle loro stesse corde, se noi facessimo una canzone dei Verdena sarebbe troppo scontato perché l’attitudine è simile. In questo caso è piaciuto a tutti il fatto di prendere una canzone che fosse distante da noi come genere e reinterpretarla a nostro modo, è quasi come se diventasse una tua canzone.

Che significato ha per voi fare musica in questo momento storico\sociale, sia per quanto riguarda l’ambiente musicale attuale sia per una sensazione generale rispetto a ciò che avete intorno.
Giovanni: Faccio musica perché è il modo che ho per esprimermi, molto banalmente. Al di là di come sia recepito dagli altri, è una cosa che mi fa letteralmente stare bene, per l’alchimia che c’è con le persone con cui lo faccio e per quello che ne tiro fuori. Inevitabilmente, per quanto si voglia fare gli indipendenti o gli anarchici, se fai musica sei comunque dentro ad un mondo e, noi, nel nostro piccolo, siamo attivi ormai da 4 anni. Dei passi grossi li stiamo facendo, non a livello di fama o successo, ma dal punto di vista di quello che vogliamo fare. Questo richiede scendere a patti su determinate cose. Per quanto mi riguarda, i passi avanti che abbiamo fatto non ci hanno privato di nulla. Questi 4 anni sono stati una bella crescita e presa di consapevolezza sotto vari punti di vista, credo che sia molto affascinante, finché andrà avanti sono disposto a crescere in questa direzione.
Fabio: Per come siamo nati e ci siamo impostati da quando abbiamo iniziato, abbiamo sempre fatto quello che volevamo a prescindere da ciò che ci circonda e da quale sia la richiesta. Quello che mi hanno insegnato le band a cui mi ispiro è che se sono arrivati ad un determinato livello di esperienza ed espressione, è stato perché l’hanno sempre fatto nel modo in cui volevano loro e con il cuore. La cosa che credo ci valorizzi è il fatto di fare le cose come ci vengono, con influenza dall’esterno, ma senza nessun paletto. Siamo noi che ci mettiamo, ognuno con le proprie idee a formare poi quello che è il prodotto che si sente. Nel corso della nostra esperienza musicale, l’etichetta – che è sempre stata Costello – spesso ha avuto da dire sul fatto che facessimo sempre di testa nostra.
Secondo me se durante un live uno vuole prendersi 5 minuti perché vuole godersi i Delay della chitarra, per me è libero di farlo, nonostante vada un po’ contro quella che è l’idea del commercio della musica. Per me ci starebbe avere quella maturità strumentale per cui riesci a stare su un palco e non avere dei paletti stabiliti, poter improvvisare. Bisogna farsi amico il palcoscenico. Dietro al prodotto c’è tutta la cultura e ciò che ha formato la band, l’estetica, il bello è lì. Pensando alle grandi band post rock, come gli Explosion In The Sky, puoi provare ad emulare le loro canzoni, ma non potrai mai farlo proprio come loro; c’è quella predisposizione di base creata dalla band stessa. La canzone resta un prodotto fatto e finito, ma la riproducibilità è ancora un’altra cosa.

Intervista e Fotografie di Silvia Beck.

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