Recensioni

Luciano Chessa – Canti Felice

Fortunato Mannino

A mio modesto parere siamo di fronte ad un album eccezionale

Non è la prima volta che recensisco un album di Luciano Chessa, né l’ho perso di vista quando non l’ho fatto. La sua Musica, la sua scrittura, il suo modo di proporla non solo mi piace, ma non fa che rimarcare la distanza tra quell’Italietta sdolcinata e maliziosamente incartapecorita e il nuovo. Un nuovo relativo, visto che il fenomeno dei cervelli in fuga dall’Italia, espressione edulcorata di migranti, non si è mai interrotta. La storia di Luciano Chessa non è dissimile: curriculum impressionante, importantissime collaborazioni, apprezzatissimo in tutto mondo, in Italia ha un suo importante seguito ma…
Alla ricerca e alla composizione, che lo hanno reso famoso, fa eco anche una raffinatissima vena cantautorale, che ha trovato il suo spazio alla Skank Bloc Records etichetta italiana con… sede a Parigi. Etichetta per la quale esce anche Canti Felice, che come prassi, ormai, viene offerto nella classica quanto elegante musicassetta, in questo caso l’edizione è limitata a 99 pezzi tutti numerati, oppure in digitale.
L’approccio ai dodici brani è univoco: pezzi scarni caratterizzati da chitarra e voce, permeati dall’uso dell’elettronica. Sul lato A della musicassetta troviamo sette brani, tra i quali, musicata e tradotta in sassarese, una lirica di Gabriele D’annunzio e una poesia di Pasquale Panella. Sette brani che si riallacciano e concludono un percorso intrapreso alla fine degli anni ’90. Sul lato B troviamo, invece, la rivisitazione di cinque classici che, in modi diversi, rispecchiano la poetica futurista di Chessa: immagini senza fili che ne richiamano altre, sepolte chissà dove nel nostro subconscio. Due brani su tutti: Gabbianone, brano inedito di Lucio Battisti, che ci trasporta in una dimensione onirica, che la rilettura di Luciano Chessa enfatizza al punto da renderla quasi indipendente dall’originale; Opel di Syd Barrett e i più attenti sanno che non è la prima volta che Luciano Chessa rilegge il genio di Cambridge, anzi credo che in qualche modo ne sia affascinato. Musicalmente è riconoscibilissima, ma la sensazione è che Luciano Chessa ci abbia restituito un brano perfetto sotto tutti i punti di vista: ha smussato le imperfezioni metriche, restituito un senso ad un testo che in alcune parti appariva criptico, abbellito con l’elettronica.
A mio modesto parere siamo di fronte ad un album eccezionale.

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