Recensioni

Lila Engel – Labirinti/Lallazioni

Fortunato Mannino

Album minimale, seminale e complesso perché pregno di riferimenti e citazioni che lo rendono, come dichiarato nel titolo, un dedalo articolato su più livelli di comprensione

Quello che mi colpisce di questo periodo storico della Musica è la poliedricità. Tanti album sono il frutto di sinergie nate da casuali collaborazioni, si rielaborano in maniera audace i modelli, si sperimenta e, grazie all’elettronica, si aprono nuove frontiere musicali. Con buona pace di chi vuol giocare con cavie da laboratorio televisivo la Musica è oltre.
È questa la via che il rock tedesco dei ’70, troppo spesso poco conosciuto, aveva tracciato e che tanti artisti e tante case discografiche stanno, più o meno consapevolmente, riscoprendo.
Una via però ben conosciuta dalla Skank Bloc Records, etichetta discografica che fa capo a Lapo Boschi e che più volte abbiamo presentato sulle nostre pagine.
L’album che presentiamo oggi lo vede protagonista insieme alla pianista Debora Petrina. Due percorsi artistici molto diversi, direi forse antitetici anche se ugualmente prestigiosi, che si scontrano sul palco del Nadir di Padova, dove entrambi accompagnavano il geniale compositore Luciano Chessa.
Nasce l’idea di una collaborazione che si materializza nei Lila Engel, nome che è già una dichiarazione d’intenti (Neu! Docet), e nell’album Labirinti/Lallazioni.
Album minimale, seminale e complesso perché pregno di riferimenti e citazioni che lo rendono, come dichiarato nel titolo, un dedalo articolato su più livelli di comprensione. Dal punto di vista meramente formale posso riportare quanto scritto sul comunicato stampa: Lapo Boschi cantante/bassista ci ha messo parole, campionamenti di batteria, linee di basso e Debora Petrina ha colorato con chitarre, sintetizzatori, seconda voce e una valanga di effetti speciali. E fin qui gioco facile.
L’avventura è dover raccontare e spiegare i livelli di comprensione a cui accennavo prima. Pensiamo, per esempio, al concetto stesso di labirinto che è intriso di più significati. Da dove cominciare? Come procedere? A queste domande ha risposto, dopo lunghi ascolti, Mattomatte ovvero il primo brano. Brano che si snoda attraverso un breve e solo apparente casuale accostamenti d’immagini e parole. Il Matto è, infatti, una immagine dei tarocchi, descritta nella prima strofa, che incarna la voglia di vivere e la volontà di farlo senza troppe preoccupazioni. E ciò contrasta con l’ordine e le regole, pilastri del nostro mondo, divenute, purtroppo convenzioni. Nella seconda strofa troviamo sia un verso dei Ramones sia quella riluttanza del Matto ad adattarsi al mondo e al dedalo di regole, nel quale è costretto, volente o nolente a vivere. Con lo scorrere dei versi troviamo le tre porte e il ponte con tutta la loro simbologia, come a dire che in ogni tempo il matto ha nel suo destino l’essere ingannato.
Nell’ultima strofa compare il nome Finnegan che ci riporta alla mente sia l’ultimo romanzo di Joyce, sia la ballata dalla quale prende spunto e che simboleggia la ciclicità della vita. Una vita, almeno fino ad oggi, non sempre rispettosa con chi ha vedute che si discostano da un’imperante e disarmante mediocrità. Ho provato a raccontarvi ciò che mi è sembrato di cogliere nei due minuti del brano e non è detto che abbia colto nel segno, ma è ciò che ho visto o che mi è piaciuto vedere, e che conferma quanto sia bello perdersi e ritrovarsi nel dedalo di questi nove brani che non sono altro che lo specchio delle distorsioni della vita stessa.
Accanto alla parola Labirinti trovate Lallazioni ma, per motivi di spazio, lascio a voi il piacere della scoperta.
Labirinti/Lallazioni lo trovate in versione digitale sulla piattaforma Bandcamp o, se avete ancora un mangianastri, è disponibile anche in formato fisico, la tiratura è limitata a 75 copie. E prima di lasciarvi aggiungo solo che si candida ad essere, almeno per me, uno dei più belli e interessanti di quest’anno.

Skank Bloc Records
Lapo Boschi 
Debora Petrina

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