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Lezione numero 19: sopravvivenza sentimentale

Scritto da Giulia Carlucci

È sempre un equilibrio fragile tra ciò che resta e ciò che manca

C’è chi colleziona francobolli, chi delusioni, e poi c’è Elena. Lei colleziona vuoti. Li tiene in fila, ben piegati dentro di sé — uno per ogni volta che ha detto “va tutto bene” con la voce che tremava come un bicchiere troppo pieno.
Il primo vuoto è arrivato a diciannove anni, quando ha capito che crescere in un secondo non significa capire qualcosa di più.
Poi sono arrivati gli altri: un amore che si è spento piano, un’amica che è diventata sconosciuta, un lavoro che non somiglia affatto al sogno che aveva bambina.
Il vuoto ha cominciato a parlare a bassa voce, di notte. All’inizio Elena si spaventava. Lo odiava. Poi ha imparato ad ascoltarlo.
Perché, diciamolo, il vuoto è un gran chiacchierone: ti spiega dove ti sei persa, ti fa notare le cose che non hai detto, e soprattutto ti obbliga a guardarti dentro quando preferiresti scrollare Instagram.
Elena ha una teoria: ogni essere umano è un contenitore con una crepa.
C’è chi la nasconde dietro un’agenda piena, chi la copre con la vernice delle buone maniere, chi ci infila dentro rumore pur di non sentirne l’eco.
Lei invece no.
Lei la guarda, quella crepa. Ci passa il dito sopra ogni mattina, mentre la moka borbotta e la casa ancora tace, come a controllare che sia sempre lì — il punto da cui entra la luce, o da cui può uscire.
Elena riesce a sembrare piena anche quando dentro è deserta.
La gente la guarda e dice: “Tu sì che sei forte.” E lei annuisce, sorride, fa spallucce. Nessuno deve sapere che la sera, quando chiude la porta di casa, la forza le si sbriciola tra le dita come dei biscotti troppo friabili.
Il suo vuoto non arriva con fanfare o tragedie. Non arriva all’improvviso, non è una frana emotiva o un colpo di vento improvviso che ti svuota le tasche del cuore.
È silenzioso, domestico, si siede accanto a lei a colazione e le chiede con disarmante normalità: “Caffè o malinconia oggi?”
È educato, persino cortese. O almeno all’apparenza.
Dice: “Resto poco.”
Invece resta.
Eccome se resta.
Sempre.
All’inizio Elena lo combatte come si fa con le cose che non si vogliono capire.
Lo riempie.
Riempe tutto: le giornate, le stanze, i silenzi.
Si butta nel lavoro, nei progetti, negli amori sbagliati, nelle frasi che dovrebbero bastare.
Sorride, organizza, sistema.
Diventa un mosaico perfetto di “tutto a posto”, e intanto dentro si sbriciola piano, come i crackers nella borsa.
Ma niente.
Il vuoto resta lì, affacciato al balcone del cuore, con lo sguardo sicuro di chi ha messo radici.
È più furbo. Non si lascia riempire.
Più cerca di zittirlo, più lui si fa grande, come un’eco che restituisce tutto quello che prova ignorare. Il vuoto vero non si lascia fregare.
Sta lì, in un angolo del petto, con le braccia conserte e l’aria di chi sa che prima o poi tornerà a trovarlo.
Elena sa che il vuoto non lo vinci riempiendolo, ma ascoltando.
Sa che certe volte per non sprofondare è sufficiente respirare, ma purtroppo quella consapevolezza dura sempre poco. Il vuoto torna quando meno lo aspetta.
Non bussa, non avvisa.
Si presenta mentre lei cerca le chiavi nella borsa o stende i panni, con quell’aria sfrontata da ospite indesiderato.
Si siede accanto a lei sul divano, accende la tv e commenta con sarcasmo la sua vita.
— Ancora sola, eh? — sembra dirle.
Elena lo ignora, o almeno ci prova.
Un giorno qualsiasi, mentre stende il bucato sul balcone, succede qualcosa di minuscolo e rivoluzionario.
Il vento le porta via un calzino.
Elena lo guarda volare e, invece di imprecare, fa un profondo respiro. L’aria è fresca, leggera e proprio in quella leggerezza sente che il vuoto non è il nemico. È solo spazio che serve per far entrare l’aria.
Da quel momento cambia ritmo.
Non forza più i sorrisi, non corre più per riempire ogni ora, non scappa dai silenzi.
Compra fiori senza motivo, cucina per sé come se fosse un atto d’amore, mette il rossetto anche solo per uscire a comprare il pane.
Non per fingere pienezza, ma per riconciliarsi con la mancanza.
Col tempo, il vuoto cambia forma.
Si fa docile, meno esigente.
Diventa un compagno silenzioso.
Elena si ritrova a parlarci ogni tanto.
“Va bene, resta pure,” gli dice.
E lui resta, sì, senza più ferirla.
Scopre così che il pieno non è l’opposto del vuoto.
La casa che impari a costruire attorno a ciò che manca.
Il modo in cui ricominci da te stessa quando hai smesso di cercarti negli altri.
È la calma dopo la tempesta, la risata dopo il pianto, la vita che ricomincia nel punto esatto in cui credevi di averla persa.
Elena capisce che il vuoto non è qualcosa da riempire, ma qualcosa attorno a cui costruire e costruirsi.
La base segreta su cui poggia tutto ciò che è vero: la gentilezza, la forza, la gratitudine.
Senza quel vuoto non avrebbe imparato a respirare piano, a scegliere con cura, a riconoscere la bellezza delle piccole cose che restano.
La sera torna a casa, si toglie le scarpe e accende la lampada sul tavolo.
La cucina profuma di basilico e tutto è silente, il gatto dorme sulla sedia, così il mondo — per quanto imperfetto — le sembra un po’ più giusto.
Guarda fuori dalla finestra e pensa che, in fondo, è lì che tutto è cominciato: dal vuoto, dalla mancanza.
Da quello spazio che all’inizio le faceva paura e che ora chiama, con un sorriso, “le mie fondamenta”.
“Buonanotte” sussurra prima di dormire.
E il vuoto tace.
Forse si è addormentato anche lui.
O forse si è trasformato in ciò che doveva diventare: spazio per vivere, per amare, per essere finalmente piena — di niente, eppure di tutto.
Perché il pieno non è mai totale.
È un equilibrio fragile tra ciò che resta e ciò che manca.
La pace in una stanza disordinata, una carezza che non promette niente, una voce che dice “ci sono” anche quando non serve dirlo.
Forse — pensa Elena chiudendo gli occhi — non esiste cuore più pieno di quello che ha imparato ad accogliere anche il proprio vuoto.
Perché il pieno, in fondo, non è quello che immaginiamo.
Non sono le giornate perfette né i finali risolti.
Un messaggio che arriva quando non te l’aspetti, una risata nel traffico, una carezza che non salva ma consola.
Il coraggio di restare anche quando tutti se ne vanno. Il pieno è la conseguenza del vuoto.
Quando impari a sederti dentro il silenzio e scopri che non fa più paura. Quando la mancanza diventa spazio, e lo spazio diventa pace.
Quando inizi a ridere di qualcosa che fa male, e scoprire che il dolore ha smesso di comandare.

About the author

Giulia Carlucci

Nata nel 1981, quando i telefoni avevano il filo e la pazienza era ancora una virtù, sono cresciuta con l’idea che le storie siano l’unica vera forma di sopravvivenza.
Laureata in Lettere, indirizzo Spettacolo — perché la realtà mi è sempre sembrata troppo poco sceneggiata — e specializzata in Cinema, nella speranza che almeno lì tutto abbia un montaggio sensato.
Leggo tanto e di tutto: romanzi, etichette dei detersivi, biglietti del tram dimenticati nelle tasche. Scrivo più in fretta di quanto riesca a parlare. Penso troppo. Ironica per autodifesa, commovente - così dicono- per sbaglio, riempio quaderni, file di Word e margini di bollette con parole che spesso fanno ridere, a volte fanno piangere, e ogni tanto fanno tutte e due le cose insieme.

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