Recensioni

Legionem – Ipse Venena Bibas

Fortunato Mannino

Un album intrigante per chi ama l’aspetto più tenebroso del rock.

Del gruppo senese dei Legionem sappiamo poco, ma il biglietto da visita è quello della Black Widow Records ed è qualcosa in più di una garanzia. Se la qualità, infatti, è scontata, anche il territorio nel quale ci addentreremo lo è altrettanto. Ad introdurci subito nelle atmosfere oscure dell’album è l’autoritratto di Pieter-Jacobsz van Laer. Siamo nel 1638, periodo della caccia ai demoni e alle streghe. L’artista si è raffigurato con lo sguardo terrorizzato all’interno di uno studio. In primo piano un teschio capovolto che arde su delle braci che stanno bruciacchiando il manoscritto di un canone, una candela spenta e tre vecchi codici, uno dei quali aperto su una pagina che raffigura un pentacolo e un cuore trafitto da un coltello. Lo sguardo terrorizzato è causato dall’apparizione di un demone di cui si vedono solo le lunghe unghie che fuoriescono da mani scheletriche. E il titolo e il nome scelto dal gruppo non fanno che confermare quanto gli occhi vedono: Ipse Venena Bibas non è altro che il verso di un esorcismo e Legionem è la risposta che i demoni diedero a Gesù nell’episodio dell’indemoniato Gerasa. L’Episodio è raccontato in Marco 5,1-20, che è anche il titolo del brano che apre l’album. A questo punto, non ci resta che immergerci nelle atmosfere plumbee dell’album. Il linguaggio è quello di un doom vecchio stile, che costruisce con cura le sue mefitiche atmosfere sconfinando, qualche volta, nell’hard rock. Se le atmosfere sono cupe, i riferimenti al mondo dell’occulto evidenti, ci sarebbe da chiedersi quali sono i demoni di cui i Legionem parlano. E qui si arriva a quella che è l’attualità vera e propria, perché i demoni sono quelli che dominano la società moderna e hanno contribuito allo sgretolamento e al fallimento di ogni valore.
Un album intrigante edito in 300 copie che consiglio, soprattutto, a chi ama l’aspetto più tenebroso del rock.

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