Recensioni

Leb Bid – It’s Morning

Fortunato Mannino

C’è tutto il fascino di una band che non mette limiti al suo immaginario

Anche quest’anno la RareNoiseRecords si confermerà o si è confermata, dipende da quando questa recensione verrà pubblicata, l’etichetta discografica che amo di più e che, soprattutto, di più mi convince. Portare avanti progetti sperimentali con artisti di grande calibro e spostare sempre più in là il confine degli ascolti, mantenendo uno standard qualitativo così elevato, considerati anche i tempi, è un’impresa titanica. Ogni album è un viaggio, una scoperta che ci immerge direttamente nella dimensione creativa dell’artista.
It’s Morning ottavo album dei Leb Bid, band guidata dal batterista Mark Holub, non fa eccezione ed è emblematico di quanto ho scritto in apertura. La band, nonostante i cambi di line-up e le caratteristiche che contraddistinguono i singoli album, è rimasta fedele ad una libertà espressiva senza compressi, che ha nella contaminazione jazz – prog e nell’improvvisazione il proprio marchio di fabbrica. Ma libertà significa anche capacità di evolversi per non cristallizzarsi. E con It’s Morning propone, senza rinunciare alle sue peculiarità, un percorso nuovo che, per chi avrà la fortuna di assistere ai concerti, coinvolgerà tutti i sensi.
Il regista Dylan Pecora, che ha già collaborato con la band, ha realizzato, infatti, un film che coprirà tutta la durata del concerto e che trasporterà ogni ascoltatore nel suo altrove. Vorrei che i nostri live diventassero delle esperienze simili agli Acid Tests di Ken Kesey, le parole di Mark Holub spiegano al meglio le intenzioni che stanno alla base di questo nuovo progetto discografico. Da queste parole avrete intuito anche che il territorio su cui convergono e trovano nuova forma e linfa le esperienze precedenti è quello psichedelico. Ma attenti a non far correre il pensiero a qualcosa di conosciuto a cui associare It’s Morning, perché di quell’epoca aleggia lo spirito e non la forma in sé. L’aggiunta delle voci porta ad una complessa e raffinatissima forma canzone, nella quale il virtuosismo dell’improvvisazione e la sperimentazione persistono pur perdendo l’aggressività e le asprezze dei lavori precedenti.
Atom Story, con le sue atmosfere sospese e un testo che rievoca il mito e l’intimità del racconto, ci introduce alle atmosfere dell’album. Due brani su tutti: Fold, che racchiude nei suoi undici minuti sperimentalismo e poesia, ovvero, tutto il fascino di una band che non mette limiti al suo immaginario. Dal punto di vista testuale vi è una bella riflessione sul Tempo e il suo scorrere inesorabile e sul ricordo. Stratford East, ovvero, un’intima e non banale riflessione sul paesaggio urbano. Un paesaggio che racchiude in ogni squarcio, in ogni sasso, in ogni granello di sabbia il frammento di una memoria collettiva dimenticata, che aspetta di essere scoperta. Particolarmente suggestivo e seducente il violino di Irene Kepl che apre il brano.
Gran bell’album e nient’altro da aggiungere.

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