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La statua invisibile

È questa la bellezza dell’opera d’arte invisibile e non fungibile, c’è solo quando vuoi che ci sia. Un racconto sull’invisibilismo ci illumina sull’arte.

Fondamentalmente non è un’opera d’arte. O meglio, non solo. È un contratto trasformato in capolavoro. spiegava il Curatore della Mostra al giornalista.
La giornata era bellissima, la grande piazza cerchiata di odorosi tigli straripanti di verde, la gente, le biciclette che l’attraversavano come scintille argentate in ogni possibile direzione.
Eccetto il riquadro, delimitato da un nastro giallo simile a quelli usati per evidenziare la scena di un delitto nei film americani, che i due stavano fissando.

Il fatto che il Comune abbia sborsato, in criptovaluta, una cifra a sei zeri (in Euro) per queste opere d’arte ha suscitato non poche discussioni. Sette opere dello scultore neozelandese Venom Poltergeist. E poi, tra parentesi, dove sono le altre?

Sono dove devono essere, installate in sette esclusive location della città. Ma non lo sa nessuno.
Se ne accorgeranno quando diremo loro che ci sono. È questa la bellezza dell’opera d’arte invisibile e non fungibile, c’è solo quando vuoi che ci sia. Se non ti interessa, non ti prevarica, non ti si impone come un qualunque David. Semplicemente, sparisce. Rispose il Curatore della Mostra saltellando e stillando entusiasmo ed eccitazione da ogni poro.

Capisco, e questa opera qui cosa rappresenta?

Lei cosa ci vede?

Il giorrnalista si grattò il mento. Beh, perlopiù ora come ora ci vedo attraverso.

Suvvia, adesso non mi faccia il qualunquista, il signor ‘questa cagata qui potevo farla anche io’. È dagli anni Sessanta che ce la menate con questa storia di non capire l’Arte Moderna. Non si accorge della potenza, della rivelazione, della vertigine stendhaliana che prende il visitatore, anche occasionale, di fronte a un’opera invisibile? Lo sa meglio di me, siamo in un’epoca di assenza in presenza, dove tutti assistiamo, siamo presenti alla nostra assenza, e la presenza nel presente è colma di assenze fisiche e di presenze virtuali che sono la nostra proiezione digitale e introiezione spirituale. Insomma tra essere e non essere oggi conviene decisamente la seconda strada.

Uhm, ovvio, ovvio. A proposito, come s’intitola l’opera? Chiese il giornalista con un certo scetticismo

‘Ulisse in bicicletta NFT’. È il ciclo di Ulisse e lo sport, ispirato a Poltergeist dal nostro celebre artista Salvo Patagarroso, capofila dell’invisibilismo. Vede lassù in fortezza, grossomodo a metà del muro esterno? Lì abbiamo messo ‘Ulisse gioca a cricket’. Ma non lo sa ancora nessuno.

L’invisibilismo….E la gente, apprezza?

Uh, guardi attorno a lei quanta gente. Guardi quella coppia che si sta facendo il selfie davanti alla statua.

Sicuro che siano qui per la statua e non per la piazza? Ma quelli là non si stanno avvicinando un po’ troppo all’opera?

Ci si può avvicinare quanto si vuole. Basta non arrampicarcisi sopra per non danneggiare l’opera. L’autore invece, da contratto, può entrarci anche dentro.

Dentro?

Sì, quando è in città l’artista se ha voglia entra dentro l’opera e così esalta la sua invisibilità, simboleggiando con questo atto tra il sacrale e l’erotico che l’artista è solo un tramite, tridimensionale, messo a nostra disposizione per apprezzare la quadridimensionalità delle sue opere d’arte, dove per quarta dimensione si intende il digitale.

A proposito, sarebbe possibile intervistare l’artista? È una richiesta del direttore.

Ahimè no. Di Poltergeist non si sa niente, né l’età, né l’identità né il sesso. Pare sia stato tre volte donna e quattro uomo. Potrei essere io e lei non riuscirebbe ad accorgersene.

E… è lei Poltergeist?

No, non credo.

Beh, io nemmeno, già due di meno. E Patagarroso si può intervistare?

Anche lui sparito, durante una installazione sul cono sud del vulcano Kilauea. Che peccato, che precursore, che intelligenza, che bella mostra. Si intitolava, lapilli d’artista pompeiano.

In cosa consisteva?

Vestito di una tuta da vulcanologo in amianto, gettò tutte le sue opere, comprese quelle invisibili, nel cratere del vulcano in eruzione, e aspettò per ventisette giorni, senza bere e mangiare, che il l vulcano eruttasse. Diceva che così sarebbe stato il vulcano a fondere e sintetizzare il suo percorso artistico in un’unica, definitiva, opera. Che genio. Se vuole però, in comune, posso farle vedere un suo bronzetto virtuale. Si chiama ‘Ma ci sei o ci fai? ’È l’unica sua opera virtuale rimasta in Italia, sa? Tre sono state rubate a Como l’anno scorso.

Ma …come si fa a rubare un’opera invisibile. Chiese il giornalista grattandosi in contemporanea mento e testa.

Eh caro mio, si fa eccome. E sono i furti più complicati da risolvere. A un tratto ti svegli, ci passi davanti e ti accorgi, anzi percepisci, che l’opera non c’è più. Che d’improvviso ti manca qualcosa cui l’occhio si era per così dire assuefatto.

Il niente, vuole dire?

No caro mio. Il Niente con la enne maiuscola. Il niente d’artista è qualcosa, non è mai da confondersi con il nulla. Poltergeist ama dire che compito dell’artista è colmare il vuoto del nulla con il niente. Bello eh?. Ma torniamo al furto. La denuncia è complicatissima, non essendoci fotografie da fornire ai carabinieri. Di solito però questo tipo di furti con un po’ di fortuna si risolvono da sé.

In che senso?

Nel senso che il ladro fa ammenda, si autodenuncia, e dice che ha rimesso tutto a posto. È che stranamente l’opera d’arte invisibile mette soggezione, il ladro ha sempre l’impressione che tutti la possano comunque vedere. La pena comminata di solito è l’impegno a tenere pulita e restaurare l’opera a proprie spese.

Manutenzione? Ce n’è molto bisogno?

Oh si. Polvere, inquinamento, impurità, attenuano la perfetta invisibilità dell’opera. Questo genere di opere inoltre per sua stessa natura attira molta attenzione e anche molta ostilità. Questa per esempio, è stata sfregiata mentre era esposta a Tokio.

Sfregiata?

Sì, non lo vede? Si distingue chiaramente. Ma trovo che lo sfregio, oltre essere una pubblica denuncia dei vandali che non amano l’arte, conferisca un che di atavico, uno speciale pathos a questo Ulisse.

Capisco, capisco.. Ma alla fine chi compra queste costosissime opere?

A parte noi illuminati conoscitori, vuol dire? Beh essenzialmente ricchi imprenditori del mondo delle criptovalute. Questo poi accresce la notorietà delle criptovalute che loro stessi producono. È un circolo virtuoso.Pensi, l’ultima opera del coreano Kim Jong-two, o lo scultore dell’invisibile come lui stesso si definisce, che si intitola ‘Digital bit banana split’ è stata battuta al prezzo di 3400 Pandoreum, vale a dire più o meno 485 milioni di euro. L’imprenditore di Hong Kong che l’ha acquistata, Emso Rich, inventore del Pandoreum, la criptovaluta del momento, pare usi l’opera come salvaschermo del suo pc.

Posso farle un’ultima domanda? Cosa è precisamente quell’acronimo che usate sempre voialtri, NFT?

Oh semplice. È la nuova mecca dell’arte dell’Era digitale. L’acronimo di “Non-Fungible Token”. L’aggettivo “Non-Fungible”, traducibile in “non fungibile”, indica un bene non replicabile e non sostituibile perché possiede una specifica individualità. Prenda il denaro quello è un bene fungibile pe eccellenza, poiché una banconota non la possiamo in ogni momento scambiare con un’altra banconota di pari valuta e quantità. Queste opere invece sono dotate di una marca digitale basata sulla tecnologia blockchain, dotata di un certificato di autenticità e unicità. Immutabile nel tempo e sempre tracciabile. Chi compre un’opera come questa, riceve un certificato, un contratto registrato, si potrebbe dire visto il caso scolpito in un registro digitale, immutabile, tracciabile e verificabile per sempre nei suoi contenuti, spostamenti e trasferimenti. Se vuole, è la moderna risposta digitale alle elucubrazioni di Walter Benjamin.
Almeno fino a che non si spegne la luce e non si potrà più leggere cosa è scritto su quei server
Almeno fino a quel tempo. Certo. Rispose il Curatore con un sorriso di compassione dipinto sul volto.

Un piccione li osservava curioso, mentre saltellava sulla statua equestre in bronzo di Garibaldi.

Posso fargliela ora io una domanda? Chiese il Curatore della Mostra

Certo

Ma secondo lei, interessa davvero a qualcuno ormai?

Cosa intende?

Sì, intendo vedere. La gente, perlopiù, oggi guarda e passa. Guarda, non vede. E soprattutto gli interessa il brivido, provare qualcosa di pancia, non apprezzare qualcosa fino in fondo con la testa. Non le pare? Pensi a quelli che vanno a vedere la Gioconda al Louvre, o a quelli che girano introno a impareggiabili capolavori con il telefonino facendosi selfie. Ma cosa cambia in fin dei conti per loro se la statua fisicamente c’è o non c’è.? Se fosse una copia, o addirittura qualcos’altro spacciato per l’originale. Dobbiamo solo fargli provare una emozione, dirgli che stanno vedendo, anzi non-vedendo, qualcosa di unico e tanto gli basterà. E poi i critici ci vedranno quello che vogliono, gli artisti ci vedranno quello che credono, i visitatori ci vedranno quello che gli pare. Tutti saranno comunque soddisfatti.

Il giornalista si strinse nelle spalle e non rispose. Si sentiva a disagio, fuori posto. Era un critico famoso, ma adesso si sentiva una nullità, caduto dal suo ideale piedistallo. Anche quando il suo ospite se ne fu andato, continuò ad osservare pensoso lo spazio quadrato occupato dal capolavoro invisibile. Pulito, lucido, asettico, perfettamente ritagliato al centro della piazza. Il piccione intanto si era spostato sulla testa di Garibaldi, dando un generoso contributo al barocco basco di guano che la ricopriva fino quasi agli occhi.
Certo, che peccato quello sfregio, però pensò. E subito la sua mente trasalì attraversata da un misto di eccitazione e d’orrore.

Racconto di Massimiliano Bellavista
Copertina di eineBerlinerin

About the author

Massimiliano Bellavista

È stato detto di Massimiliano Bellavista, ingegnere, scrittore blogger e docente universitario, che cerchi sempre nelle parole proprie altrui la tana del Bianconiglio. Nella tana spera di trovare un punto di vista particolare o anche solo qualcosa di speciale che nessuno ha colto prima. A volte ci riesce, a volte si accontenta di qualche gioco di prestigio. Se non proprio il Bianconiglio dalla tana, almeno sarà capace di tirarne fuori uno dal suo cilindro.
Si ritrova molto bene nella parola ‘Quatsch’ ma solo se significa ‘caos’, un caos nobile, perché crede molto nelle zone grigie, di confine, dove ad esempio i confini tra musica e parola si attenuano fino a sparire.

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