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LEDI: retrospettiva e pensieri su “Cose da difendere”

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Scritto da Red

L’esordio discografico di LEDI si intitola “Cose da difendere”

Lo abbiamo sfogliato, lo abbiamo lasciato decantare, lo abbiamo ripreso…ed ogni volta sembrava rivelarci qualcosa di nuovo. Un disco che già dalla sua copertina sa di metropolitano e di industriale…quantomeno significa sicuramente città e cittadino. Se penso a Ledi mi viene subito in mente Berlino più che la sua Genova…perchè le foto di questo disco, la copertina, alcuni video…tutto materiale che prende vita a Berlino. Poi il disco lo lasci scivolare nello stereo e dal primo all’ultimo brano c’è il sudore della vita che corre e che si consuma…e consumandosi fa scrivere cose davvero pregiate. Con questo “Cose da difendere” pubblicato da Artis Records e Cramps Music, con queste sue 9 prime canzoni, lascia un bel segno negli esordi del 2016 che come molti, soffocati dalla scena indie ormai quasi tutta uguale, durerà fatica a far sentire la sua di voce. Noi ci crediamo e facciamo quel che possiamo per concedergli tempo…spazio…e parola. Sono cose da difendere tutti quei piccoli attimi di tempo che Ledi indica come preziosi e che la vita quasi d’istinto ci regala. E in questo che oserei definire un concept dedicato proprio alla nostra esistenza, Ledi ce li racconta attraverso canzoni dal sapore digitale e moderno lasciando all’elettronica il ruolo protagonista degli arrangiamenti colorando il quadro con suoni acustici di basso, violoncello, ottoni e chitarre. La cosa che ci piace è che tutto questo mondo digitale non esagera mai durante l’ascolto come spesso accade. Un lavoro che vive di un buon equilibrio dove solo la voce decide e disegna le melodie portanti delle canzoni, melodie semplici, efficaci e alcune davvero d’impatto. Cantautorale: è così la sua scrittura che ha sempre quella vena appena melanconica tra le righe e un mood non troppo ricco di energia solare. Dalla title track del disco che sancisce un’avvicinamento ad un certo tipo di Battiato, si passa alle due successive ballate unite assieme dal concetto di ritorno a casa, di ritorno verso qualcuno o verso un amore, parlando di quel fragilissimo rapporto genitore-figlio antico più delle stesse canzoni. Si susseguono quindi “Telemaco” e “Penelope”: quest’ultima è il vero singolo del disco che si lascia ricordare che appena leva il segno dai pregi migliori di Ledi ma che non tradisce nessuna delle aspettative:

Sicuramente sono i Baustelle la vera chiave di lettura per l’ispirazione di questo giovane artista di origini albanesi ma genovese di adozione. E brani come “Devo tornare al nord” e “Un tempo” sono una chiarissima dimostrazione di quanto appena scritto: quel mood quasi dance ovviamente digitale secondo le mode (anche se Ledi non pare trasmettere voglia di seguire le mode), il tutto mescolato nelle metriche di una preziosa scelta testuale. Perchè Lui alle parole ci tiene moltissimo essendo in primis uno scrittore ed un poeta…e non lascia poi troppo spazio ai finali facili per la massa ben pensante:

Nel disco anche due bellissime nenie acustiche: la prima è “Nausicaa” (forse la traccia meno ricca del disco in quanto ad ispirazione) ma l’ultima supera davvero ogni aspettativa, soprattutto dopo aver digerito in un sol boccone 8 brani di un certo stampo. Si intitola “Zemra Ime” e permette al lavoro di chiudersi con una romantica fotografia di Genova, di pianoforte e di voce, di ottoni e di amore…mi vien voglia di partire per mare e di tornare volando. Questa poi è l’unica traccia del disco cantata in Albanese. Una chiusura priva di elettronica, priva di beat, priva di arrangiamenti industriali. Non penso serva aggiungere altro. Soprattutto in risposta alle inflazionate distorsioni o alle stereotipate canzoni d’autore in perenne rincorsa verso chissà quale novità. Di Ledi colpisce la semplicità. Chissà nel quotidiano quanta di questa semplicità esiste per davvero…

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