Recensioni

Jo Berger Myhre – Unheimlich Nanoeuvre

Scritto da Fortunato Mannino

Le nove composizioni sono un po’ la summa delle esperienze musicali e degli interessi dell’artista: improvvisazione, noise e drone.

Chi mi segue sa che scrivo solo di album che apprezzo e non per denigrare il lavoro altrui, di conseguenza segnalare degli album non mi è mai facile e, soprattutto, non mi è facile scegliere tra i dischi della RareNoiseRecords. Dischi di cui ricevo il promo ma che, inevitabilmente, finisco con l’acquistare tale è la loro bellezza. Non fa eccezione il primo disco solista del bassista, compositore e produttore norvegese Jo Berger Myhre, uscito a fine settembre per l’etichetta italoinglese. Un esordio preceduto, comunque, da tanti dischi pubblicati con le band nelle quali milita e da un gran numero di collaborazioni. Forse il nome in Italia è poco noto, ma si tratta di uno dei più influenti musicisti della scena norvegese. Il titolo dell’album è Unheimlich Nanoeuvre che, come si può notare, richiama alla memoria la celebre tecnica salvavita di Heimlich e, forse, in parte lo è. La traduzione della parola unheimlich potrebbe essere inquietante e l’inquietudine è quel male oscuro che attanaglia una società occidentale, che sembra non essere mai sazia del proprio benessere. Un male iniziato con l’avvento della seconda rivoluzione industriale quando i valori tradizionali hanno iniziato a disgregarsi e ogni desiderio è stato subordinato alla quantità di denaro che si possiede. Ma si sa non tutto si può comprare e in una società dell’apparire e dell’apparenza ciò non fa che aumentare frustrazioni e inquietudini che, in questi strani e surreali giorni, sembrano aver toccato il loro apice. È da sottolineare che l’album e le sue atmosfere, peraltro ben rappresentate da quella sinistra macchia nera che campeggia sulla copertina, sono state concepite prima dell’emergenza pandemica e ciò è l’ennesima testimonianza di quanto la visione degli artisti sia avanti rispetto al normale sentire.
Le nove composizioni sono un po’ la summa delle esperienze musicali e degli interessi dell’artista: improvvisazione, noise e drone. Jo Berger Myhre e i numerosi ospiti disegnano paesaggi sospesi di quiete apparente, dove luce e ombra s’intrecciano per confondersi proprio come i contorni sfumati della macchia in copertina. Unica eccezione all’improvvisazione è l’onirica Gate Opens, che lo stesso autore dichiara essere stata ispirata e composta pensando alla chitarra acustica di Jo David Meyer Lysne.
L’apice del disco, complice anche la voce bellissima della cantante Vivian Wang, è Smallest Things (part. 2). È l’unico brano in cui è presente una voce narrante e il testo è quello del racconto I Could See the Smallest Things dello scrittore Raymond Carver. Il racconto è semplicemente perfetto per il tema dell’album: l’azione si svolge durante una limpida notte di plenilunio e sulla scena si muovono tre personaggi, tre solitudini che, in modo diverso, appaiono ingabbiate in un presente dal quale non possono o non vogliono uscire. Paralizzati, impotenti eppure mossi da forze contrastanti quali l’essere e il voler essere e l’essere e l’essere stati.
Difficile non ribadire ancora una volta il ruolo culturale di un’etichetta come la RareNoiseRecords, che investe, produce e immette sul mercato dischi geniali, qualche volta non semplici, ma che sono una boccata d’ossigeno per chi percepisce l’aria fritta o stantia di quello che si vuol spacciare come panorama musicale.

RareNoiseRecords
Ufficio Stampa Pitbellula
Jo Berger Myhre

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Fortunato Mannino

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