Così, Luciano Linzi co direttore artistico, ci racconta la sua soddisfazione: “Si è chiusa la 10ª edizione del nostro festival JAZZMI. La felicità è grande. Anche quest’anno JAZZMI ha saputo raccogliere entusiasmo, energia e coinvolgimento, regalando emozioni a un mare di spettatori di tutte le generazioni. JAZZMI mostra la bellezza contagiosa della musica dal vivo e resta un punto di riferimento non solo per gli appassionati di jazz, ma per tutti gli amanti della musica. JAZZMI è un mondo che parla a diverse sensibilità, sintesi di armonia e unione. W JAZZMI! “.
Lo stile degli Huun-Huur-Tu, quartetto acustico originario di Tuva, è profondamente misterioso. La loro musica, che imita suoni naturali e paesaggi siberiani, esplora temi come l’amore per la terra e i cavalli delle loro steppe, fondendo alla perfezione tradizione e innovazione. Fondata nel 1992, la band ha diffuso sapientemente nel mondo la ricchezza delle tradizioni tuvane, portando il canto armonico (khoomei) verso nuovi orizzonti musicali. Un progetto in cui il rumore del cosmo trova ampio spazio, tracciando così nella mente dell’ascoltatore, il profilo dei paesaggi dell’Asia più selvaggia.
Amaro Freitas è la nuova voce rivoluzionaria del jazz brasiliano. Nato a Recife, trasforma il pianoforte in un caleidoscopio sonoro, intrecciando i ritmi del frevo e del baião con l’improvvisazione libera di Coltrane, Monk e Chick Corea. Dopo l’acclamato Sankofa, torna con Y’Y (su Psychic Hotline), un viaggio spirituale nell’Amazzonia e nella cultura indigena Sateré Mawé. Con ospiti come Shabaka Hutchings e Brandee Younger, Freitas plasma un jazz radicale, decoloniale, ecologico e profondamente umano.
Un incontro tra sonorità, mondi e culture geograficamente distanti tra loro si traduce in una sinergia musicalmente inedita. Un viaggio sensoriale che assapora il fascino impervio di città e paesaggi remoti, restituendo immagini, sapori e colori differenti nell’immaginario dell’ascoltatore. Un progetto che unisce Bijan Chemirani, maestro iraniano delle percussioni tradizionali e dell’oud, Redi Hasa, virtuoso violoncellista albanese, e Rami Khalifé, pianista libanese di formazione classica hanno dato vita a un progetto che mescola sapientemente note jazz con il mondo della world music e un’assaggio di musica mediorientale.
Pur non essendo un album di cantautorato tradizionale, “Map of a Blue City” è il primo lavoro di Marc Ribot in cui la sua voce malinconica e sagace è così prominente in tutto il disco. “Map of a Blue City” presenta brani che fondono tradizioni disparate: roots, bossa nova, no wave, noise, free jazz e suoni che non hanno alcuna associazione di genere.











































