Recensioni

IOSONOUNCANE- I diari di mio padre

Scritto da Giovanna Musolino

Quindici tracce che, senza retorica, senza ipocrisia, senza banalità con la sola potenza del suono, riescono a coinvolgere e a muovere le emozioni più recondite

Genocidio è parola terrificante, spietata, di non facile comprensione, che sottintende un desiderio di annientamento, di cancellazione, che va ben oltre l’eliminazione fisica del “nemico”. Luoghi e tempi diversi sono stati teatro di turpi carneficine, ma di alcune, stranamente, si è persa la memoria. Srebrenica, Bosnia ed Ergegovina, luglio 1995: le truppe serbo-bosniache, con la connivenza dei caschi blu olandesi presenti in città, massacrano circa ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi (bosniaci musulmani); il 19 aprile 2004 il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha ritenuto lo sterminio di Srebrenica un genocidio, tra l’altro, il più grave verificatosi in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Sono trascorsi esattamente trenta anni e l’oblio è calato in modo troppo repentino e netto sulle coscienze e sulle responsabilità di un’Europa che è rimasta a guardare.
Quel che la politica e l’opinione pubblica dimentica, però, l’arte, spesso, ricorda; così il regista bosniaco Ado Hasanović, con il documentario I diari di mio padre, riannoda il filo della memoria e ci riporta nell’agosto del 1993 proprio a Srebrenica, dove Bekir Hasanović, suo padre, con una videocamera di fortuna, filma la quotidianità di una città e di una popolazione che, nonostante la guerra, cerca di vivere e sopravvivere. Quelle riprese e i diari di Bekir sono per il regista l’occasione per ricomporre la figura paterna e tentare di comprendere come sia riuscito a scampare alla Marcia della morte e al genocidio.
Dice Hasanović: “My Father’s Diaries è un meta-documentario sulla mia difficoltà nel cercare di parlare di e con mio padre. Per questo le immagini sono nude e graffianti… La storia è raccontata in prima persona, come se stessi scrivendo un diario: la difficoltà di trovare un modo per comunicare con mio padre, i suoi terribili ricordi e il senso di gratitudine di essere sopravvissuti.” 
Il complesso compito di sonorizzare il film è toccato a Iosonouncane (Jacopo Incani), artista non nuovo a composizioni per cinema e teatro. L’opera del musicista prende l’avvio da campionamenti di alcuni passaggi armonici, isolati e oltremodo rallentati, del Requiem di Mozart. La Messa da Requiem è una funzione funebre cattolica, in cui si commemorano i defunti; prendendo spunto dal Requiem, Iosonouncane celebra laicamente le vittime ignare della ferinità dell’essere umano.
L’opera di Incani travalica i confini della colonna sonora, vive di vita propria, prestandosi e giovandosi dell’ascolto indipendente dal documentario, del quale pure riesce a enfatizzare e amplificare le immagini. Le sonorità del sintetizzatore riescono a rappresentare con forza lo straniamento e l’abbrutimento di un’umanità che continua a non imparare dalla storia.
Quindici tracce che, senza retorica, senza ipocrisia, senza banalità con la sola potenza del suono, riescono a coinvolgere e a muovere le emozioni più recondite.
Iosonouncane con  I diari di mio padre, si conferma ancora una volta, qualora vi fosse necessità, artista di profonda maestria e rara sensibilità.

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Giovanna Musolino

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