Interviste Recensioni

Interviste Dalla Scatola – Syd Barrett

Caterina Lucia
Scritto da Caterina Lucia

Syd Barrett: animo folle e delirante, un fluido precipizio fiammeggiante

Un precipizio fiammeggiante, un animo fragile e delirante che incedeva con fluida bellezza in ogni brano scritto o in ogni tela distrutta. Follia, intelletto e caos: questi tre elementi hanno da sempre contraddistinto la figura enigmatica di Syd Barrett, Crazy Diamond e fondatore dei Pink Floyd, che fu di fatto l’esplosione di una supernova musicale.
Syd era bello e affascinante, aveva ragazze ai suoi piedi e una testa che mulinava idee strane a getto continuo. Aveva un modo di suonare la chitarra che colmava i limiti tecnici peronali, ma questo lo portava a sconfinare nelle regioni più avventurose dell’avanguardia ruomoristica. Dipingeva bene. Poi arrivò l’acido lisergico e Syd reagì alla pressione degli impegni, sempre più fitti, cominciando a vivere nei reami dell’LSD. Divenne sempre più assente, sempre meno affidabile sul palco, a volte catatonico.
Syd Barrett era il cuore dei Pink Floyd, ma restò intrappolato in quella stessa stanza che aveva dipinto a strisce, mischiando la vernice alle cicche di sigarette e i fiammiferi di legno.
Se fosse possibile parlare ancora con Syd, come sarebbe? Abbiamo provato ad immaginarlo così.

Hai passato un lungo periodo a Cambridge a casa e ci sei rimasto fino alla fine. Come hai scandito il tempo?
Ho assecondato la mia più grande passione : dipingere. Sono tornato a casa perché non ne potevo più dello show business e ho smesso di farmi chiamare Syd, Roger andava benissimo, anche se le centinaia di fan che riuscivano a trovarmi passavano spesso a suonare alla mia porta o a girare dei video di me che andavo a comprare pennelli e colori, sembravano non accorgersi che ormai Syd non c’era più. Ho passato le mie giornate, oltre che a dipingere, ad ascoltare musica classica e mi capitava anche di ascoltare i Rolling Stones, ma poi mi hanno stufato. Lavoravo in giardino e la mia staccionata era uno spettacolo! Dopo la morte di mia madre avevo contatti solo con mia sorella e suo marito Paul, uscivo spesso in bicicletta. Preparavo piatti al curry e stavo semplicemente per i fatti miei, tranquillo. Ho tenuto per un po’ dei conigli e dei gatti, ma mi dimenticavo di dargli da mangiare. Stavo bene coi bambini del vicinato. Una delle ultime cose a cui ho lavorato erano delle riproduzioni fotografiche dei miei dipinti : dopo averle realizzate, distruggevo il dipinto originale lasciando solo la foto. Arte concettuale? Non lo so. Non mi è mai importato tanto del giudizio altrui.

Syd, da dove è cominciato il tuo rapporto con la musica e cosa ti ha maggiormente influenzato? Era l’unico mondo che riuscivi ad abitare senza dare troppe spiegazioni?
A 14 anni sperimentavo accordi (e molto altro) nel capannone degli Scout insieme a David Gilmour ed altri amici di Cambridge. Molti di loro – come Storm Thorgerson – hanno poi continuato a collaborare con i Floyd per decenni. Ero interessato ai Beatles, Agli Stones, soprattutto a Bo Diddley. Quando fondammo i Pink Floyd, anzi i Tea Set prima e i Pink Floyd Sound successivamente, gran parte dei pezzi erano classici blues e devo dire che noi non eravamo granchè come strumentisti, a parte forse Rick Wright. Poi successe qualcosa: cominciammo a dilatare le canzoni, suonando spesso su un solo accordo, durante il ’66 stavano nascendo nuovi locali a Londra dove ognuno poteva esprimersi al massimo delle proprie possibilità. Le proiezioni liquide e le luci iniziarono a far parte degli spettacoli e fu lì che ci inventammo pezzi come ‘Interstellar Overdrive’. Così nacque un nuovo tipo di linguaggio, di suono, di comunità. Era lì che mi sentivo al massimo delle mie possibilità.

The Piper At The Gates of Dawn. Cosa ricordi della realizzazione di questa pietra miliare del rock?
Eravamo giovani ed inesperti. Norman Smith era il produttore e io non sono sicuro che lui capisse esattamente ciò che volevamo fare. Però i tempi stavano cambiando, la musica pop era ormai nella casa della gente. Noi lavoravamo ad Abbey Road e nello studio accanto al nostro c’erano i Beatles a registrare Sgt. Pepper. Un sogno. Quando arrivarono a salutarci eravamo impietriti. L’unico a mancare era John – non lo conobbi mai – ma McCartney si complimentò con noi dicendo che il disco era una bomba e per noi fu un segnale chiaro del fatto che ciò che stavamo facendo arrivasse a qualcuno. Ascoltammo ‘Lovely Rita’ mentre la mixavano, era assurdo stare con i Beatles proprio lì, in quel momento. Ognuno durante la realizzazione dell’album era felice e propositivo. Io stesso mi ritrovai a mixare qualcosa, sono io a muovere i cursori L/R durante la fine di ‘Interstellar Overdrive’! E’ stato un periodo magico. Se solo fosse finito lì…

Cosa hai provato quando ad inizio ’68 i Pink Floyd, con i quali stavate sperimentando la formazione a 5 col nuovo ingresso di David Gilmour, smisero semplicemente di passare a prenderti per i concerti?
Non mi importava più di tanto. David era già un grandissimo musicista e aveva imparato alla perfezione le mie parti, quindi credo che per il pubblico tutto ciò non abbia fatto una grande differenza. Del resto, anche durante il ‘packaging tour’ con Jimi Hendrix nel ’67, spesso non mi andava di suonare, soprattutto non mi andava di suonare con un cronometro a dettare i tempi esatti della nostra uscita, infatti diverse volte i Floyd mi sostituirono con Dave O’List dei Nice, che erano anche loro nel programma. Era divertente pensare che io ero su un treno in corsa verso casa mentre le ragazzine, con le guance rigate di lacrime, gridavano sotto il palco ‘Syd! Syd!’, le luci e le proiezioni rendevano effettivamente difficile distinguere i volti dei musicisti.
E’ vero! Smisero semplicemente di passare a prendermi e non ho mai saputo da chi nacque l’idea di lasciarmi a casa. Non da David, credo, lui era il ‘new boy’. O almeno così lui ha raccontato.

Nel 1975 i Pink Floyd ti videro per l’ultima volta ad Abbey road mentre lavoravano all’abum ‘Wish You Where Here’. La tua apparizione lì, inaspettata, è rimasta nella leggenda. Cosa ricordi?
Non ricordo perché quel giorno mi trovavo dalle parti di St. John’s Wood. Eppure sentii che dovevo passare dagli Studios, allora era molto più facile entrarci, ricordo che qualcuno mi disse che i Floyd erano allo Studio 3. Passai da lì. Non mi riconobbero e posso anche capirlo : ero molto ingrassato, ero completamente rasato sopracciglia comprese e non parlavo molto. Mi sedetti nel divano e loro stavano mixando ‘Shine on you crazy diamond’. Non avevo capito esattamente di cosa parlasse, ero per i fatti miei, con la mia busta della spesa in mano. Ad un certo punto David si accorse di me e pianse. Anche Roger Waters si commosse e insieme ascoltammo il mix di quel pezzo che, a loro dire, doveva essere un tributo a me. Per me suonava molto datato ed è esattamente ciò che dissi ai ragazzi in quell’occasione. Quel giorno coincideva anche con il matrimonio di David e Ginger, fui invitato al rinfresco giù alla mensa di Abbey Road. Sembravano tutti finti. Dopo un po’ andai via e non vidi mai più nessuno di loro.

Ercolani diceva che «Il matto non gioca mai, ma edifica monumenti capovolti. L’artista gioca sempre, edificando gli stessi monumenti». Senza i Pink Floyd, il tuo modo di sperimentare è cambiato?
Quando non suonai più con i Pink Floyd ci fu un periodo particolare che grazie soprattutto a David Gilmour sfociò in un progetto solista, che effettivamente comprese ‘The Madcap Laughs’ e ‘Barrett’. Non ero molto sicuro delle session, ma alcune canzoni erano notevoli e sarebbero state poi riproposte da David stesso ai suoi concerti. Dopo questi due album diedi vita ad una band, gli Stars, con Twink Alder e Jack Monck e ho suonato con loro diversi successi dei Floyd oltre che lunghe improvvisazioni blues: ero davvero a mio agio, ero ‘pulito’ e suonare la chitarra era una cosa che ancora mi interessava moltissimo. Poi, dopo un concerto disastroso al Corn Exchange di Cambridge al quale seguì una impetosa recensione del Melody Maker, smisi di suonare per sempre. Non so perché. Ricordo che mi presentai a casa di Twink col giornale e dissi, semplicemente: è finita.

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Caterina Lucia

Caterina Lucia

Ribelle, testarda e con un animo fortemente punk. Caotica. A volte spaziale come Arabella, a volte irreale come Astarte. Prepotentemente dark, ma con mille colori dentro. Guardo oltre le apparenze e mi riconosco nei particolari impercettibili.

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