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In memoria di Wopke Kleinhoek, lo scienziato che sapeva quando tacere

Kleinhoek viene spesso indicato come ‘Il Socrate della matematica’. Il suo motto preferito, che aveva trascritto in un cartello appeso alla porta del suo ufficio recitava: ‘Socrate supponeva di non sapere, io sono certo di non sapere un accidente. Quindi se entrate non chiedetemi niente’

Quando si dice che la matematica è o dovrebbe essere più al centro dei nostri programmi scolastici si dice una grande verità. Per le giovani generazioni, la cultura matematica e scientifica è tutto. Lo dimostra in questi ultimi anni, ad esempio il ruolo dei ricercatori, dei virologi e degli epidemiologici divenuti autentiche star e personalità di riferimento a livello sociale. Il 26-04-2021 si sono festeggiati i dieci anni dalla scomparsa del matematico macedone naturalizzato olandese Wopke Kleinhoek, probabilmente il più grande esponente del suo campo negli ultimi trent’anni.
Il nome forse non vi dirà molto ma non c’è matematico, anche di infimo livello, che non si sia confrontato con almeno una parte della sua sterminata produzione, che i suoi allievi (il famoso scienziato non scriveva e non pubblicava) ebbero cura di raccogliere, trascrivere dai suoi appunti ed editare pazientemente nei cinquantacinque volumi della fondamentale opera Monumenta.
Nato nel 1927 a Higrornick, un piccolo paese agricolo, figlio di un rigido e austero pastore protestante, il giovane Wopke fu ben presto avviato agli studi scientifici, viste le sue qualità del tutto eccezionali e la vivacità della sua intelligenza. Quando aveva otto anni, inventò un particolare orologio, che installò sulla locale torre campanaria, il quale era praticamente in grado di autoregolarsi e autolubrificarsi, nonchè di segnalare con particolari suoni e grande frastuono, di volta in volta diversi, ma anche con la più accurata precisione le fasi lunari, le eclissi, i passaggi di comete, gli eventi atmosferici particolarmente avversi alle colture e i cambi di stagione. Grande fu lo stupore della comunità e continuo l’afflusso di turisti e curiosi, che ad ogni ora del giorno e della notte si accampavano a centinaia in piazza per ascoltare le melodie dell’orologio, accompagnandole con festosi boati di ammirazione.
A dieci anni inventò un parafulmine portatile per il bestiame con lo scopo di risolvere l’annoso problema di quei quattro o cinque capi che ad ogni stagione venivano uccisi da una scarica sui pascoli alti. Convinse gli allevatori del luogo a dotare tutto il bestiame del suo ritrovato, che chiamò il campanaccio di Kleinhoek, praticamente una cuffia in rame per bovini, ma un’estate metereologicamente molto instabile con molti temporali causò una moria di vacche a causa sia di reazioni allergiche al metallo che di terribili folgorazioni quale non si era mai vista a memoria d’uomo e consigliò l’istantanea rimozione del dispositivo.
Successivamente si concentrò con incoraggianti risultati sulle tecniche di conservazione del formaggio fresco con l’arsenico e anche sulla geologia, elaborando un metodo per riportare in piena attività i vulcani spenti della zona che suscitò grande attenzione da parte dell’amministrazione regionale. Da quel momento in poi un esponente dell’amministrazione lo affiancò quotidianamente nei suoi studi senza perderlo mai di vista.
Per l’undicesimo compleanno il suo primo professore di scienze gli regalò un trattato di oltre mille pagine che enucleava i problemi allora aperti nella matematica contemporanea, invitandolo, se ne avesse avuto il tempo, a tentare di risolverne almeno uno di sua scelta. Dopo oltre un mese, visto che il giovane Wopke non accennava più al libro, l’insegnante gli domandò a che conclusioni fosse arrivato e se avesse risolto qualcuno di quei dilemmi. Lui per tutta risposta gli disse che li aveva risolti tutti la notte del suo compleanno, ma che ormai si era scordato tutte le soluzioni, tanto esse gli erano apparse ovvie e banali. Il professore, estasiato, lo segnalò piangendo al migliore liceo locale. Quando partì per il liceo, c’erano tutti i suoi concittadini a salutarlo. Kleinhoek disse che parevano felici e sollevati che avesse avuto quella chance. Per l’occasione il sindacò gli riconsegnò il suo orologio, ritenendolo troppo importante e avanzato per quella piccola comunità di pastori e agricoltori sempliciotti dalle abitudini banali e ripetitive, che desideravano fare vita ritirata e dormire la notte, invece che ascoltare i preziosi suggerimenti dell’orologio e le sue vivaci melodie con i turisti di tutto il mondo. Oltretutto i frequenti colpi di fucile di cui l’oggetto era stato in passato fatto segno da ignoti nemici del progresso scientifico, richiedevano una manutenzione costosa e continua che solo lo stesso Kleinhoek poteva garantire.
Kleinhoek ebbe una lunga e gloriosa carriera. Laureatosi con il massimo dei voti con una tesi così avanzata che il relatore, il celebre matematico Franz Dilbert, rinunciò a interpretarla dichiarandosene non all’altezza, cosa che suscitò grande emozione nell’ambiente accademico, emigrò in Olanda, dove conobbe in una birreria il ricco e celebre mercante di diamanti Oliver Ganzfalsch. Costui, affascinato dalla personalità del matematico, gli garantì una cattedra speciale a vita presso l’Università di Delft. Ganzfalsch dovette scontrarsi con le perplessità dell’ambiente scientifico, che generalmente giudicava l’approccio di Kleinhoek geniale ma criptico e troppo complesso, anche perché lo studioso non pubblicava mai i suoi risultati, né accettava di confrontarsi con i suoi colleghi, e si limitava ad annunciarli diffondendo delle note vergate di suo pugno in una grafia di difficile decifrazione (Kleinhoek vergava i suoi appunti su block notes formato A5 a quadretti, usando esclusivamente un pennello a setole grosse intinto nel minio). Ganzfalsch si disse certo che si trattava di difficoltà passeggere, in quanto lo studioso lavorava alla matematica del futuro, che non poteva essere compresa con chiarezza dai suoi contemporanei. La stampa infatti parlava di sovente degli studi di Kleinhoek come di una ‘matematica visionaria e profetica’. Kleinhoek accettò il posto offertogli da Ganzfalsch e dall’Università a condizione di non dovere insegnare, non dover mai pubblicare i suoi lavori e a patto che fosse costruito per lui un sottopassaggio che collegasse direttamente la cantina del suo appartamento con la portineria dell’Università. Kleinhoek soffriva infatti di gravi forme combinate di agorafobia, fotofobia, pluviofobia amaxofobia e fobia sociale.
In effetti ebbe molti devoti discepoli, ma dettava loro i suoi appunti stando sempre in una stanza dei laboratori diversa dalla loro e, per quel che si sa, ebbe una sola relazione nella sua vita, con Nadja Dadusc, sua studentessa, per la cui intelligenza nutriva una stima sconfinata. Non vissero mai insieme, frequentandosi pochissimo anche dopo il matrimonio, perché lui abitava e passava le notti quasi sempre nei locali dell’università. Si diceva che, ancora dopo dieci anni dal loro matrimonio, ogni volta che Wopke incontrava Nadja nei corridoi dell’università, si togliesse il cappello e le baciasse la mano per presentarsi, segno di un amore imperituro che resistette agli anni e alle difficoltà,
Il suo contributo alla scienza è stato sconvolgente, grazie all’enorme modernità delle sue scoperte, combinate con un profondo senso dell’etica e dell’umiltà. Infatti Kleinhoek annunciava le sue scoperte, ma ne condivideva sempre il merito con i suoi allievi, cui magnanimamente lasciava il compito di formularle, testarle e comunicarle all’ambiente scientifico. Tali scoperte, stranamente, erano spesso assai distanti dai suoi studi e gli stessi allievi elogiavano il suo metodo, che puntava a renderli assolutamente autonomi. Tanto è vero che hanno spesso raccontato di aver avuto più volte l’impressione di esserci arrivati tutti da soli. Per questa sua capacità quasi maieutica, Kleinhoek viene spesso indicato come ‘Il Socrate della matematica’. Il suo motto preferito, che aveva trascritto in un cartello appeso alla porta del suo ufficio recitava: ‘Socrate supponeva di non sapere, io sono certo di non sapere un accidente. Quindi se entrate non chiedetemi niente’. Succedeva che molti si commovessero per questo esercizio di modestia, piangendo prima di entrare nel suo ufficio e continuando a piangere anche quando ne uscivano. E dire che la sua corporatura esile, e la sua faccia bianca e slavata, spesso inespressiva, non suggerivano affatto questa profondità spirituale.
I sui detrattori dicevano che in realtà era freddo e impassibile come un giocatore di poker. E che, essendo totalmente non empatico e anaffettivo ‘Kleinhoek era bravo a dissimulare le emozioni perchè in realtà non le provava affatto’. Ma questo francamente appare un travisamento della realtà.
I suoi studi si basano tutti sulla dimostrazione della congettura di Alphonse Le Chat che a sua volta si proponeva di risolvere il famoso e antico ‘dilemma dei felini’ di Casarini, un tipico problema di ordinamento dal caos. Tuttavia Le Chat non era mai arrivato ad una prova inappellabile. Il dilemma consiste in questo: dato un numero pari e costante di entità uguale a 44 si deve dimostrare che è sempre possibile ordinarle in una matrice di 6 file di 7 elementi ciascuno, con resto costante pari a 2. In pratica:

44 (G)F(6×7)=R(2)

Kleinhoek ricercò questa soluzione ininterrottamente, avidamente, sette giorni su sette, per oltre cinquant’anni, vivendo nella grigia cantina del palazzone che l’università gli aveva concesso per ospitare i suoi laboratori. Nel 1980, per i suoi instancabili sforzi gli fu conferita la medaglia Fields, il Nobel per la matematica, che lui però non ritirò mai in protesta contro il costo eccessivo dei trasporti aerei, che riteneva antidemocratico. Questo episodio, interpretato da alcuni biografi come rivelatore e anticipatore di una crescente vocazione sociale che poi sfocerà di lì a pochi anni in un gesto clamoroso, lo ha reso celebre alle generazioni successive come il profeta dei voli low cost. Il primo volo low cost, tra Dublino e Londra, fu in effetti organizzato su un 747 che portava il suo nome.
Nel 1997 trovò finalmente la soluzione del dilemma matematico cui aveva dedicato la vita, ma sorprendentemente non la rese pubblica, semplicemente postò sul suo blog senza darne eco la notizia dell’avvenuta scoperta. Dopo alcuni mesi tuttavia un suo ex allievo, Junichiro Sakamoto, docente presso l’Università di Tokyo, navigando in internet si imbattè casualmente nel post e la voce iniziò a diffondersi nell’ambiente scientifico. Alla chetichella, tutti i migliori cervelli dell’epoca si recarono in pellegrinaggio negli scantinati dell’Università di Delft rimanendo sconvolti e confermando che la soluzione in effetti era lì, a portata di mano. E che avrebbe per sempre cambiato il modo in cui le generazioni future avrebbero guardato alla matematica, alla scienza e anche alla vita pratica. Solo che era praticamente impossibile capire come Kleinhoek ci fosse arrivato e che cosa esattamente avesse scoperto, tanto il suo ragionamento era fuori dagli schemi e pieno di sottintesi.
Tuttavia, nonostante le enormi pressioni internazionali affinché rendesse pubblica la sua scoperta la sera del 24 Maggio 1997 Kleinhoek dette intenzionalmente fuoco ai suoi laboratori, bruciò i suoi appunti e licenziò tutti i suoi collaboratori, poi chiuse il suo blog con un ultimo post formato da un’unica frase ‘Sono arrivato alla irrevocabile conclusione che certe cose forse è meglio non le sappiate’.
Il senso delle sue dichiarazioni è oscuro. C’è chi dice che ritenesse l’umanità non pronta all’impatto della sua scoperta. In questo senso secondo alcuni Kleinhoek fu pioniere di quel movimento di pensiero che esalta il ruolo della scienza, dall’alto dell’enorme bagaglio di conoscenze ormai accumulate, come ultimo e supremo decisore su quali scoperte e innovazioni tecnologiche rendere disponibili all’Umanità. Un decisore molto più lungimirante, obiettivo ed efficace, a detta di chi la pensa così, dei sistemi democratici.
Fatto tutto questo lo scienziato si ritirò in meditazione presso i monaci ortodossi del monte Athos, che lo ospitarono a condizione che non tentasse mai di realizzare sul posto le sue invenzioni, dove morì nel 2011 in circostanze misteriose, schiacciato pare da un pesante icona che stava dipingendo usando esclusivamente un pennello a setole grosse intinto nel minio. Non ha mai rivelato la sua scoperta. Il suo testamento è anch’esso composto di poche parole: ‘Non lascio al mondo eredi, parole, scoperte e studi postumi. Lascio invece al mondo intatti, irrisolti, anzi esaltati e disponibili allo studio, tutti i dubbi e le questioni aperte che ho trovato, esattamente come li ho trovati.’
Il testamento stanziava anche un lascito per la realizzazione del premio Kleinhoek-Ganzfalsch, a tutt’oggi uno dei riconoscimenti scientifici più ambiti a livello internazionale, che si conferisce ogni anno allo scienziato più saggio del mondo, ovvero quello che raggiunge la scoperta più sensazionale, ma che si impegni anche solennemente e contestualmente a non farne mai uso e a non rivelarla mai ad anima viva.

Racconto di Massimiliano Bellavista
Immagine di copertina di Annalisa Nicastro

About the author

Massimiliano Bellavista

È stato detto di Massimiliano Bellavista, ingegnere, scrittore blogger e docente universitario, che cerchi sempre nelle parole proprie altrui la tana del Bianconiglio. Nella tana spera di trovare un punto di vista particolare o anche solo qualcosa di speciale che nessuno ha colto prima. A volte ci riesce, a volte si accontenta di qualche gioco di prestigio. Se non proprio il Bianconiglio dalla tana, almeno sarà capace di tirarne fuori uno dal suo cilindro.
Si ritrova molto bene nella parola ‘Quatsch’ ma solo se significa ‘caos’, un caos nobile, perché crede molto nelle zone grigie, di confine, dove ad esempio i confini tra musica e parola si attenuano fino a sparire.

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