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Il punk, la ribellione marcia e la sua arte

Caterina Lucia
Scritto da Caterina Lucia

E’ anarchia! Un’ondata marcia e violenta, travolge tutto quello che incontra cambiando per sempre il corso della storia.

Londra, 1977. Un’orda impazzita di ribelli nell’animo, oltraggiosi e violenti, cominciano a sferrare attacchi sfrontati a Dio, alla Regina e alle regole. Nel trambusto generale, pregno di insensato moralismo, si sente la necessità di sovvertire le regole e la voglia – probabilmente incoscia – di cambiare per sempre il corso della storia: i Sex Pistols e i Clash irrompono sulle scene dal nulla, così come dal nulla nacque il punk.
E’ anarchia! Il marciume provocatorio travolge e contamina tutto. Si fa insurrezione, violenza, degrado rifiutato e creato, distruzione sistematica di ogni forma di vita possibile all’interno del sistema e del mercato del capitale.
La sottocultura punk incoraggiava l’individualismo e spesso faceva propria la logica del DIY. L’approccio DIY non si limitava all’abbigliamento, si estendeva alla moda e all’arte: copertine di dischi e locandine di concerti erano spesso opera di giovani ragazzi. Ci si trova di fronte alla nascita dell’arte punk, che era spesso caratterizzata dall’uso di mezzi a basso costo e dall’impiego di tecniche in parte improvvisate.
Si puntava alla ricerca di un linguaggio visivo che esprimesse l’interiorità della sottocultura: gli artisti, i grafici e tutti coloro che producevano manufatti figurativi, davano vita a immagini forti, scioccanti, ironiche, anticonformiste e dissacratorie, di rottura con l’esistente. La fonte d’ispirazione era spesso costituita da avanguardie artistiche, come il Dadaismo, i cui aderenti miravano da un lato a sbalordire e provocare il pubblico, dall’altro a colpire con l’ironia e la satira i regimi responsabili degli orrori della guerra. I dadaisti amavano la spontaneità, che esprimevano tramite tecniche come il collage, il fotomontaggio e altri procedimenti che non richiedevano profonde conoscenze tecniche e accademiche. I punk, attraverso le proprie grafiche, cercavano di criticare e ridicolizzare il potere e la cultura dominante, così come i dadaisti avevano fatto prima di loro.
Jamie Reid contribuì enormemente alla definizione dell’estetica del movimento e il suo più noto lavoro in ambito punk rock è probabilmente la copertina dell’album Never Mind the Bollocks (1977) dei Sex Pistols. I suoi collage estremi e diretti caratterizzarono inoltre altre grafiche della band, come quelle di God Save the Queen (1977), Pretty Vacant (1977), The Great Rock ‘n’ Roll Swindle (1979) e molti altri.
Ha intenti sarcastici anche l’artwork di Orgasm Addict (1977), singolo dei Buzzcocks, realizzato dalla designer Linder Sterling. La copertina consiste in un collage ironico ed erotico, raffigurante una donna che al posto della testa ha un ferro da stiro, e in luogo dei capezzoli ha delle bocche sorridenti. Le foto che compongono il collage furono ritagliate da una rivista e da un catalogo: si trattava, qundi, di immagini appartenenti alla cultura di massa, che venivano ricontestualizzate in ottica punk.
Peccato che il sipario calò troppo velocemente su questa insolita rivoluzione, nel giro di un anno molti dei protagonisti di quella virulenta stagione arrivarono a toccare il fondo: gruppi che spariscono, confusione, disillusione, disgusto per le macchinazioni del rockbiz. Crollano proprio sulle contraddizioni che essi stessi avevano messo in moto. Le corse a Camden Town, le manifestazioni selvagge del giubileo, gli arresti, il carnevale giamaicano di Notting Hill, tutto si dissolse e svanì tristemente lì sul palco, fatto di amplificatori, macchine, programmi. Mentre il cuore vivo e pulsante rimase giù in platea dentro l’onda violenta fatta di pogo e di sudore. Sul palco e in platea si accesero la rabbia e l’energia per un cambiamento vero, come non c’era stato da anni nella cultura giovanile e nel rock. “La verità la sanno solo i teppisti”, diranno i Clash in Garageland. E così è.

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Caterina Lucia

Caterina Lucia

Ribelle, testarda e con un animo fortemente punk. Sempre alla ricerca della bellezza, sono amante della musica, dell’arte, della poesia e del caos. Guardo oltre le apparenze, mi riconosco nei particolari impercettibili. La scrittura è divenuta una necessità, per dissestare i miei pensieri. Scrivo per ParkTime, la rivista dei Parchi Letterari.

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