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Il Carpi Film Fest celebra il cinema con dei grandi protagonisti: Anna Mazzamauro e Pupi Avati

Scritto da Marco Marani

Il Carpi Film Fest, tenutosi in varie location nell’accogliente centro storico di Carpi (MO), ha regalato al pubblico due serate speciali a cui abbiamo assistito, con le masterclass di due giganti del cinema italiano: Anna Mazzamauro e Pupi Avati. Entrambi hanno condiviso con il pubblico aneddoti, riflessioni e la loro passione per l’arte, offrendo spunti di riflessione unici e preziosi.
Giovedì 4 settembre, presso l’auditorium della Biblioteca Arturo Loria, l’attrice Anna Mazzamauro, intervistata da Paolo Di Nita, ha incantato la platea con la sua vivace personalità e i suoi racconti. Ha ripercorso la sua carriera, partendo dal Teatro Carlino, che diresse assieme a Bruno Lauzi e che chiamò così in onore del padre Carlo. Un teatro che, sfortunatamente, andò a fuoco a causa di divergenze tra i proprietari.
L’attrice ha anche ricordato la sua visita a Carpi trent’anni fa, all’allora Teatro Eden, oggi quasi esclusivamente un cinema. Paolo Di Nita ha colto l’occasione per raccontare come la gestione di quel luogo sia cambiata nel tempo, unendo passato e presente.
La discussione ha toccato anche i temi della comicità e dell’ironia, soffermandosi sulla comicità attuale legata spesso al sesso, un argomento affrontato con la consueta schiettezza. 
Il punto focale della serata è stato, ovviamente, il personaggio che l’ha resa celebre: la signora Silvani della saga di Fantozzi. Sebbene il personaggio sia stato ideato da Paolo Villaggio, Mazzamauro ha rivelato di averlo sviluppato a quattro mani, arricchendolo di sfumature personali. La Silvani, infatti, non era solo la collega sfortunata e impiegata di Villaggio, ma una donna sola che cerca di inventarsi una propria bellezza, una propria autonomia. Come ha spiegato l’attrice, il suo era un personaggio “di un’importante consistenza di solitudine”, che con la sua ricerca di un matrimonio desiderava solo dimostrare agli altri di aver raggiunto un traguardo.
Il profondo rispetto e l’ammirazione per Paolo Villaggio sono emersi in ogni parola. L’attrice ha definito la sua “malvagia ironia” come espressione di una “grande intelligenza”. L’incontro si è concluso in modo toccante, con Anna Mazzamauro che ha recitato un monologo tratto da un racconto di Villaggio, inserito nel finale del suo spettacolo intitolato “Com’è ancora umano lei”.
La sera successiva, venerdì 5 settembre, è stata la volta del regista Pupi Avati, intervistato da Paolo Di Nita e Pierluigi Senatore. L’incontro è stato un viaggio attraverso la sua carriera, spesso segnata da scelte coraggiose e difficoltà. Avati ha raccontato di come i suoi primi due film, finanziati da un imprenditore bolognese, fossero andati malissimo, tanto da diffondere a Bologna la voce che non ci fosse futuro per lui come regista.
Ha svelato un aneddoto curioso legato a uno dei suoi film più celebri: dopo che lui e suo fratello Antonio ebbero l’idea di coinvolgere Paolo Villaggio, quest’ultimo, entusiasta del copione, sparì poi nel nulla. Avati lo rintracciò a casa di Ugo Tognazzi e riuscì a lasciargli il copione su un tavolino. Inaspettatamente, fu Tognazzi a richiamarlo un mese dopo, desideroso di interpretare il protagonista, salvando di fatto il progetto. Il regista ha parlato anche del suo rapporto con il cantautore Lucio Dalla, con cui condivideva la passione per la musica jazz, e la cui bravura lo portava a “sognare che morisse”, tanta era l’invidia.
Quando gli è stato chiesto come capisce che un’idea sia valida per un film, Avati ha risposto con una bellissima metafora: l’idea vincente è quella che ti fa vedere una scena già finita nella tua immaginazione. Quando la racconti ad altri, le cose che “svaniscono” sono quelle meno valide, mentre quelle che “rimangono e si espandono” sono la prova che l’idea è forte e vale la pena di essere scritta e raccontata. L’idea vincente è quella che ti dà una “grandissima felicità”.
L’incontro ha toccato anche il tema della morte, un argomento che per Avati, cresciuto con una cultura contadina, non è tabù, ma “una porzione della vita”. Ha ricordato come da bambino lo portassero a baciare i morti e gli dicessero che la nonna sarebbe tornata a tirargli i piedi. Per Avati, avere un rapporto con la morte significa averlo con la “sacralità della vita”. Ha sostenuto con forza che è disonesto negare a una madre che ha perso un figlio la possibilità di credere che un giorno lo rivedrà, se questa speranza la fa stare meglio.
Infine, parlando della sua opera in bianco e nero “L’orto americano”, ha spiegato che, pur essendo stato un insuccesso commerciale, è un tributo al Cinema con la C maiuscola, un film “puro” ed “essenziale”. E a un giovane studente di regia che gli ha chiesto quale sia il dettaglio più importante per fare un buon film, la sua risposta è stata lapidaria: la storia. “Un cattivo regista è quasi impossibile che rovini un film con una buona storia”, mentre “è quasi impossibile che un ottimo regista faccia un buon film da una cattiva storia”.
L’incontro col maestro si è poi concluso poco dopo in piazzale Re Astolfo sempre a Carpi, nell’area destinata alla proiezione dei film all’interno della rassegna del Carpi Film Fest. 
Davanti ad una platea gremita, Paolo Di Nita e Federico Bertesi, assieme all’assessore alla cultura del Comune di Carpi Giuliano Albarani, hanno consegnato ad Avati il Premio Arti del Cinema “conferito a un professionista della settima arte, a nome della città di Carpi, in riconoscimento di inequivocabili meriti non solo cinematografici, ma anche artistici, in quanto appassionato clarinettista jazz”.
Due serate emozionanti che il pubblico carpigiano ha accolto con forte emozione!

Un ringraziamento particolare Carlotta di “Laboratorio delle Parole di Francesca Rossini”, a Quelli del 29 organizzatore della rassegna, al Comune di Carpi e allo staff della Biblioteca Arturo Loria per l’accoglienza.

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About the author

Marco Marani

Nato e cresciuto a Carpi, nella bassa modenese, dopo una formazione scientifica, decido di investire in una passione che avevo fin da bambino: il canto moderno. E lì forse nasce il mio amore per il palcoscenico, prima da cantante, poi da attore amatoriale. Infine, da qualche anno, questo amore "straborda" fin sotto il palco, con una fortissima passione per la fotografia musicale e di scena teatrale. Ho un mio piccolo centro stampa a Carpi ed ho affiancato da qualche anno l'attività di fotografo, intessendo rapporti con gruppi musicali locali ed associazioni teatrali che, nel loro piccolo, regalano davvero grandi emozioni. Per SOund36.com mi occupo di live report di concerti e spettacoli teatrali.

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