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Il Cappotto di Gogol @ Teatro Patologico

I ragazzi sono bravi perchè in loro non c’è niente di definito, l’imperfezione apparente è solo la superficie dell’estetica del nulla che caratterizza il nostro tempo. Sono bravi non per il fatto che siano persone speciali, sono bravi perchè recitano calandosi nel ruolo che gli è stato assegnato con diligenza e semplicità

Si è chiuso con la rappresentazione del “Cappotto di Gogol” il XVIIII festival del Teatro Patologico con il terzo sold out consecutivo, con un successo affatto scontato di questi tempi.
Si inizia con la breve presentazione di Dario D’Ambrosi, il papà del Teatro Patologico, l’uomo che i suoi ragazzi amano incondizionatamente, il visionario dei nostri tempi, un uomo unico che trova la forza di rigenerarsi ogni giorno contro tutto e tutti e lotta per la sopravvivenza del Teatro stesso perchè c’è da ricordarlo, il Teatro Patologico vive perchè tra mille difficoltà si finanzia da solo e sarebbe ora che qualcuno della burocrazia che decide a tavolino desse finalmente una mano a questi ragazzi.
Lo spettacolo inizia, sotto la regia di Francesco Giuffrè con gli attori seduti a quadrato lungo la parete rappresentando l’ufficio ministeriale che è il centro dell’opera, le luci si abbassano, parte una musica di sottofondo e il pubblico diventa ostaggio inconsapevole di quel momento intenso ed emozionante.
La sensazione è quella di entrare in un antro di magia dove la bravura, la semplicità di un gruppo di persone speciali fa da Cicerone all’anima guidandola in un viaggio fatto di pienezza e sorpresa.
I ragazzi sono bravi perchè in loro non c’è niente di definito, l’imperfezione apparente è solo la superficie dell’estetica del nulla che caratterizza il nostro tempo. Sono bravi non per il fatto che siano persone speciali, sono bravi perchè recitano e lo fanno ognuno calandosi nel ruolo che gli è stato assegnato con diligenza, semplicità e quella naturalezza che dovrebbero avere tutti quelli che fanno questo mestiere.
“Il cappotto” è la metafora di una società che schiaccia i più deboli e di un sistema statale incapace di difenderli. La storia è quella di un piccolo funzionario Akakij Akakievič Bašmačkin che per omologarsi al resto della marmaglia e per non farsi denigrare deve fare in modo di avere un cappotto nuovo a tutti i costi al posto del suo che è logoro. I tutti sono la società, il protagonista è colui che cerca di entrare nelle grazie della società e lo fa rimarcando ogni volta con forza la propria identità che nessuno ricorda mai perchè indossa solo la sua nudità materiale avvolta e rappresentata da quel cappotto consunto che porta sulle spalle.
Quel cappotto riuscirà ad averlo e gli altri finalmente lo accetteranno, daranno addirittura una festa in suo onore, poi alla fine della festa sulla strada di casa il cappotto glielo ruberanno e lui tornerà ad essere un nessuno qualsiasi, e solo nella morte avvenuta nella fredda San Pietroburgo troverà quell’identità per sempre negata in vita. “Siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol’“, avrebbe dichiarato un giorno Fëdor Michajlovič Dostoevskij, la città, la gente, la società è spesso lontana dai dolori degli altri, in questa lotta perenne di sopravvivenza tra amori, rinunce e routine di Akakij Akakievič Bašmačkin che in fondo è tutti noi.
Gli attori del Teatro Patologico lo mettono in scena con una purezza assoluta grazie alla loro anima che è coperta da un cappotto di consapevolezza che la ripara da attacchi esterni e che la fa rimanere semplicemente cosi com’è.
Lo spettacolo si conclude con il pubblico ormai prigioniero di quella bellezza assoluta che è il Teatro Patologico e che alla fine può solo ringraziare con uno scrosciante applauso.

Testo Edo Follino
Fotografie Stefano Ciccarelli

 

https://teatropatologico.com/festival-teatro-patologico-2021
https://www.facebook.com/people/Dario-DAmbrosi/100063275586444/

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Stefano Ciccarelli

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