Cinque anni di gestazione per il loro lavoro più ambizioso: così ci viene proprosto Legacy, il secondo album degli Ihlo. Ci troviamo ovviamente nelle gelide terre battute dai nuovi esponenti del prog metal come TesseracT e Leprous, ambienti in cui la tecnica predomina, stravincendo sul facile ascolto, estraniando chi pretende di assimilare musica origliando da dietro la porta.
La continua crescita sonora della traccia iniziale “Wraith” e la successiva “Replica”, con un intro acustico che addolcisce ciò che in realtà il brano ci riserva andando avanti, sono perfette per introdurci in questo spazio infinito fatto di istanti sempre pronti al cambio di tempo improvviso. Non bisogna mai distrarsi, perché appena più in là possiamo incappare in aperture vocali melodiche ben architettate (“Source”) che spezzano, senza pensarci due volte, introspettivi tappeti elettronici. “Empire” dà spago ai synth di Phil Monro, senza dare malevoli spallate alla voce di Andy Robinson, perennemente a fuoco e in primo piano.
Il vero regista della ritmica è invece il batterista Clark McMenemy, impeccabile e dinamico (“Mute”) , ma potente quando serve: basta sentire come picchia in “Cenotaph”, tenendo costantemente le redini del sound e facendo diventare semplice ciò che in realtà è complicatissimo.
La suite conclusiva “Signals” nei suoi dieci minuti racchiude tutte le evoluzioni compiute dalla band britannica dal loro album di esordio, Union, ad oggi. Ci si può lamentare magari di una scarsa varietà della proposta, ma a tutti gli effetti gli Ihlo si candidano ad entrare nell’olimpo di chi ha appreso la lezione dei maestri Porcupine Tree e la tiene segreta, chiusa a chiave nelle meningi del proprio cervello.
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