Recensioni

ifsounds – An Gorta Mòr

Questo disco parla di emigrazione e ci invita a cercare nella storia dolorosa di una persona i mille perché di una scelta sofferta.

Quando, tre anni or sono, ho presentato gli ifsounds e il loro ultimo album, scrissi di un gruppo che, nonostante i cambi di line-up, riusciva sempre a conquistarsi il favore della critica e del pubblico. Allora, a spiazzare critica e pubblico, fu la marcata svolta  rock di  Reset, album presentato in una doppia versione italiano e inglese che, di tanto in tanto, ascolto con piacere. Un  rock che non rinunciava, comunque, alle suggestioni del Prog, che rappresentano il DNA della band molisana. Sulla scia comunicativa di Reset s’incanala An Gorta Mór, album più complesso e, probabilmente, anche il più importante dell’intera discografia. Il titolo dell’album e la suggestiva copertina, opera  dell’artista Fabienne Di Girolamo, che anticipano l’ascolto, ci introducono in quella che è la tematica dell’album: l’emigrazione. Il titolo riporta alla memoria la Grande Carestia che colpì l’Irlanda tra il 1845 e il 1846; il giallo e il blu della copertina il deserto e il mare e… Una strada che attraversandoli muore sull’uscio di una notte buia e stellata. Speranze lontane e dai contorni incerti, che si contrappongono alle incognite di un viaggio che potrebbe non concludersi mai. Un tema delicato e, purtroppo, diviso che riempie le cronache e le tribune politiche non solo italiane. Il migrante, non importa di che colore sia la sua pelle o la sua etnia, rappresenta il pericolo e, in quanto pericolo, va fermato prima che varchi la frontiera. Perché e come si è arrivati a tutto questo? Le risposte sono molteplici, ma non è la sede giusta perché io esprima opinioni personali. Una delle risposte che Dario Lastella, musicista e scrittore, nonché leader storico degli ifsounds, suggerisce, e che mi trova perfettamente d’accordo, è quella di andare oltre gli stereotipi, cercare nella storia dolorosa di una persona i mille perché di una scelta sofferta. Dare un volto e una storia significa anche ritrovare un po’ di quell’umanità che sembra essersi smarrita. Cinque brani in tutto e un caleidoscopio di suoni che, con la title track e i suoi 22 minuti, trovano il loro apice. Difficile per me che vivo in una città che si affaccia sul Mediterraneo, che ho nell’anima le cicatrici dell’emigrazione, non sentirmi emotivamente vicino alle vicende, seppur diverse, narrate in Mediterranean Floor che, per questo, è e resta il brano che più amo. 
Anche per quest’album registriamo qualche parziale modifica alla line-up, ma… La via è tracciata. 

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Fortunato Mannino

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