Recensioni

Idles – Crawler

Gli Idles ce l’hanno fatta di nuovo a sbriciolare la definizione di “forma canzone”

Gli Idles ce l’hanno fatta di nuovo a sbriciolare la definizione di “forma canzone”, se ne sono sbattuti per l’ennesima volta. Metti su Crawler e pensi di aver preso una cantonata, facendo girare per sbaglio sul giradischi la colonna sonora del film Flash Gordon ad opera dei Queen. Ti prepari ad ascoltare Freddie Mercury urlare: flash, ah! e invece entra di soppiatto un arpeggio di chitarra a rendere l’atmosfera drammatica.
Nei secondi finali di “MTT 420 RR” Joe Talbot indossa l’abito della domenica e ci chiede ripetutamente Are you ready for the storm?, da bravo cristiano avverte gli ignari avventori della tempesta che “The Wheel” sta per scatenare. Il menu riserva altre sorprese nell’immediato: il post rock ai limiti con la dark wave di “When The Lights Come On” e il noise del singolo “Car Crash” immettono una nube di fuliggine nell’ambiente.
Con gli occhi invasi dalle lacrime ci troviamo nostro malgrado a ballare una danza tarantolata (“The New Sensation”) colpiti da una scellerata idiosincrasia all’immobilità. “Stockholm Syndrome” è un contenitore di odio esistenziale intervallato da distorsioni fulminanti, l’opposto di “The Beachland Ballroom” in cui la band di Bristol, con la scusa di generare un osmotico intruglio di rhythm and blues e soul, modella il post-hardcore a propria immagine e somiglianza, aumentando il bagaglio delle loro incalcolabili influenze.
“Crawl!” è l’unica traccia che mi sembra un minimo avvicinabile al precedente Ultramono, con le chitarre a briglia sciolta e Joe intento a mantenere intatta la sua reputazione di scheggia impazzita.
“Meds” si gioca tutta su un giro di basso iper ipnotico spalleggiato da una batteria feroce che sgretola il pavimento della sala da ballo dove eravamo rimasti a piroettare.
Facciamo come gli Idles: sbattiamocene anche se non c’è più terra sotto i nostri piedi e continuiamo a dondolarci con “King Snake”, dopo essere passati attraverso fendenti hardcore punk (“Wizz”) e synth-pop (“Progress”). Malconci da tanto sballottamento vediamo materializzarsi la porta d’uscita (“The End”) e proviamo la stessa tristezza di quando la mamma da bambini ci accompagnava alle feste di compleanno di qualche amichetto di scuola e d’un tratto ci diceva che era ora di tornare a casa, spegnendo l’idillio.
A noi basta schiacciare il tasto PLAY per proiettarci ogniqualvolta vogliamo nella discoteca del gruppo inglese e riprendere il divertimento da dove l’avevamo interrotto.

Idles
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Giovanni Panebianco

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