Recensioni

Hugo Race Fatalists – We Never Had Control

Fortunato Mannino

Un sound scarno, essenziale, intriso di blues attorno a cui ruotano otto storie che scavano nell’anima dell’autore. Una sorta di diario in musica. Un diario in cui fissare frammenti di storia per poi trasformali in canto

Era il tardo pomeriggio di un giorno qualunque quando ricevetti l’invito al concerto di Hugo Race. Ricordo anche il mio stupore nel sapere di una sua tappa a Reggio Calabria. Il mio interlocutore mi spiegò che era colpa mia visto che l’annuncio era su FB da qualche giorno e i posti erano limitatissimi! Accettai senza commentare la mia assenza da FB (sarebbe stato tempo perso!) e la sera mi presentai al locale. Il mio stupore crebbe e, a esser sincero, pensai a uno scherzo! La sala poteva contenere a stento una trentina di persone, altre quindici se si considera la scala che portava al piano superiore, un piccolo bar e niente che facesse pensare a un locale in! Le sensazioni a distanza di tempo sono rimaste uguali: innanzitutto una grande lezione d’umiltà, infatti, non so quanti artisti avrebbero accettato di esibirsi lì; la sensazione di aver assistito una performance strepitosa in un’atmosfera quasi mistica; il dispiacere che questi eventi siano frutto dell’iniziativa personale, peraltro osteggiata dai soliti ignoti! E, permettetemi, anche un senso di superiore distacco nel vedere, successivamente, locali scintillanti affollati di magnifico nulla. Era una delle tappe del tour di Fatalists.
Oggi, a quasi due anni di distanza, riprendiamo quel discorso musicale proponendovi We Never Had Control. Otto brani nuovi ma il filo conduttore è lo stesso e una linea di continuità la si può cogliere anche nel nome della band che lo accompagna The Fatalist. Non si tratta di una band nuova ma del consolidamento di un progetto più ampio visto che sia Antonio Gramentieri che Diego Sapignoli avevano già collaborato con Race nel precedente album.
Un sound scarno, essenziale, intriso di blues attorno a cui ruotano otto storie che scavano nell’anima dell’autore. Una sorta di diario in musica. Un diario in cui fissare frammenti di storia per poi trasformali in canto. Un canto profondo e greve che racconta di una società in cui domina il fatalismo, una società in cui non ci sono né vittime né carnefici ma solo sconfitti.
Un disco che chiude le porte alla speranza!?! No, non credo proprio, e basta vedere la copertina! La rabbia dei Bad Seed si è trasformata in compassione e la compassione è virtù di chi ama!
Un disco intenso, intimista e allo stesso tempo di denuncia. Race, indirettamente, ci indica una via che è quella della disillusione e dell’amore. La vita è breve e pensare di averne il controllo è follia (We Never Had Control), esserne consci significherebbe, nella visione di Race, aprirsi all’altro. Il Race pensiero è esemplificato nella title-track: il brano cantato insieme alla figlia, ci racconta della fragilità, dei sogni infranti, della disperazione e delle speranze di chi convive col cancro. Ma la malattia non è solo un fatto personale, ci sono i drammi, il dolore e le speranze di chi ne è emotivamente coinvolto, ma anche le responsabilità dirette e indirette di chi quel male l’ha provocato.
Race ha dimostrato, come tanti per la verità, che la Musica non è una questione di hit!
L’album è uscito per la Gusstaff (CD GRAMM 1230), la versione in vinile (bianco) è stata curata dalla Interbang Records (RVR LP 1 / IBR 013) e include anche Download-code.

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