Recensioni

Henry Carpaneto – Pianissimo

Fortunato Mannino

pianissimo associato alla musica indica l’intensità più tenue e come superlativo assoluto un tempo molto lungo che è quello che l’Arte spesso pretende per plasmare nel modo migliore l’idea.

Bastano poche note per riconoscere un blues, nomi di famosi bluesman e città americane sono entrate nell’immaginario collettivo e non è difficile sentirne disquisire anche da, per la verità pochi, giovanissimi.
La verità nuda e cruda però è che pochi hanno letto un libro sul Blues e pochi ne conoscono la storia che, inevitabilmente, s’intreccia con le vicende dei neri d’America.
Il blues è uno stato d’animo, è una musica nata tra i neri americani e destinata a neri americani. Nei suoi stereotipi e nel suo linguaggio i sogni e gli umori di un’etnia discriminata, umiliata e derisa dai bianchi (termine generico per declinare le diverse culture approdate in Nord America) che, comunque, volenti o nolenti ne hanno subito il fascino e ricordiamolo, perché non è secondario, entrambe le fazioni sono colonizzatrici di territori non loro.
Eventi storici e sociali su cui non possiamo dilungarci, ma che s’intrecciano in modo indissolubile in un genere musicale, che è diventato Storia a sé. Brevi accenni i miei che i più volenterosi potranno approfondire consultando un’ormai vastissima bibliografia, brevi cenni che mi consentono di introdurre il nuovo album di Henry Carpaneto.
Il pianista ligure, a sei anni da Voodo Boogie, album d’esordio prodotto da Bryan Lee, torna con un album di grande spessore. Basta guardare la copertina e leggere i nomi degli special guest e conoscere, anche superficialmente il mondo del blues, per capire lo spessore di Pianissimo, questo il titolo scelto per il secondo lavoro.
Tony Coleman tra i migliori batteristi di sempre è stato per trent’anni a fianco di B. B. King; Waldo Weathers per quindici anni sassofonista di James Brown; il compianto chitarrista Lucky Peterson.
Sarebbe assurdo e impossibile elencare le partecipazioni e le discografie personali ma, ne sono certo, bastano i nomi per farsi un’idea chiara. Ci sono altri ospiti importanti ma soprattutto c’è Henry Carpaneto che ci regala nove composizioni nuove e la reinterpretazione di tre standard.
Regala, soprattutto all’ascoltatore colto, l’opportunità di ripercorrere la storia e l’evoluzione di questo genere musicale: penso allo swing, al rhythm and blues, al funk e non ultimo al jazz.
Un percorso tormentato ma anche affascinante attraverso le strade del dolore che da New Orleans, sarebbe più giusto dire dagli Stati del Sud, arrivano a Chicago, poi a New York e, infine, al mondo intero. Chi questa storia non la conosce perde qualcosa in termini di contestualizzazione storica, ma la bellezza e l’energia dei brani non solo sopperisce a questo deficit, ma crea le giuste condizioni per un approfondimento.
Mi soffermo sulla title track Pianissimo per spiegare la scelta dell’autore: pianissimo associato alla musica indica l’intensità più tenue e come superlativo assoluto un tempo molto lungo che è quello che l’Arte spesso pretende per plasmare nel modo migliore l’idea.
Pianissimo è uno degli album più interessanti che ho ascoltato finora ed è uscito in questa strana e surreale estate per la OrangeHomeRecords, etichetta che si conferma tra le più attente alla qualità musicale del nostro panorama italiano.

Henry Carpaneto 
OrangeHomeRecords

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