Nel paese senza medico, il sindaco emanò un’ordinanza. Da quel giorno fu vietato aggravarsi.
Chi aveva la febbre doveva convincerla ad abbassarsi da sola, chi tossiva era invitato a collaborare con il proprio sistema immunitario. Per le fratture si raccomandava un po’ di pazienza e un pensiero positivo. La fortuna, si leggeva tra le righe, restava caldamente consigliata.
Gli abitanti lessero il foglio affisso in piazza qualcuno sorrise, qualcuno si arrabbiò, qualcuno, semplicemente, tornò a casa con il proprio dolore in tasca.
Mi sono chiesta spesso quando abbiamo iniziato a chiedere ai corpi di fare quello che le istituzioni non riescono più a fare: resistere, arrangiarsi, guarire da soli. Come se la salute fosse una questione di buona educazione, come se bastasse dire a una ferita di richiudersi per non disturbare.
Quella ordinanza, che fa sorridere per un istante, finisce per raccontare un Paese intero. Un Paese in cui chiediamo alle persone di essere sempre un po’ più forti delle loro stanchezze, un po’ più pazienti delle attese, un po’ più coraggiose delle assenze. Fino a convincerci che anche il dolore, se è davvero civile, dovrebbe imparare a mettersi in fila.
L’unica malattia che non riesce proprio ad autoguarire è l’abitudine, quella di considerare normale ciò che, da troppo tempo, normale non è più.
Guarire, possibilmente entro domani
Ci vogliono convincere che anche il dolore, se è davvero civile, dovrebbe imparare a mettersi in fila

