Recensioni

Good Old War – Broken into Better Shape

hanno una particolare predilezione per la melodia e l’easy listening più ricercato

 

Non di rado la indie music, complice la maggior libertà di espressione di cui possono godere i gruppi e i singoli musicisti che fanno parte di questo particolare universo musicale, riserva all’ascoltatore sorprese strabilianti. Negli ultimi anni ci ha anche abituati ad ascoltare prodotti musicali che propongono miscugli sonori che è poco definire bizzarri. Il punk che si sposa con il progressive di matrice britannica, la musica indiana con il beat – rock e la psichedelia degli anni Sessanta – Settanta, il Grunge con la musica italiana d’autore: sono solo alcuni degli accostamenti in cui l’appassionato di musica pop e rock può imbattersi. Tale mescolanza di generi a volte riguarda dischi riuscitissimi sotto il profilo della originalità della proposta, della piacevolezza dei brani all’ascolto, della perizia con cui vengono eseguite le varie canzoni, etc., altre volte raccolte di canzoni che, data la loro mediocre qualità, non si fa alcuna fatica a dimenticare. In tempi recenti la musica indie ha fornito un contributo notevole sul versante del revival del folk-rock, ne siano testimoni gruppi come i Mumford & Sons e gli Avett Brothers che negli ultimi anni sono saliti sulla ribalta internazionale. Il disco che ho tra le mani, Broken into better shape, quarta prova discografica degli americani Good Old War, uscito sul principiare dell’estate del 2015, si inserisce a pieno titolo nel turbine del rinato interesse per la musica tradizionale americana che si fonde con sonorità moderne e di tendenza. Nel nostro caso il tentativo di omogeneizzare più generi (il folk al pop melodico di facile presa) appare particolarmente riuscito: Nel DNA dei GOW, oltre a suggestioni che possono essere ascritte a gruppi storici come gli Everly Brothers, Simon & Garfunkel, America, Eagles e Tom Petty, una particolare predilezione per la melodia e l’easy listening più ricercato.
Alcune riflessioni critiche sul CD della band americana ci aiutano a capire meglio la natura e lo spessore artistico della musica del GOW: “un insieme di canzoni che parla in egual misura dell’ottimismo e delle avversità della vita di tutti i giorni” (http://www.popmatters.com/); “difficile dire in che misura l’abilità dei GOW si traduca nel sentimento vero o nel mero tentativo di catturare l’attenzione di nuovi estimatori” ( http://diffuser.fm/ )
Il progetto Good Old War nasce nel 2008 a Philadelphia (Pennsylvania). Degli attuali due componenti, Keith Goodwin compone, canta e suona una pluralità di strumenti, mentre Dan Schwartz, anch’egli songwriter, è chitarrista e armonicista. Il disco, che è stato registrato e interamente composto a Nashville (una delle città più “musicali” d’America, patria della Country music e sede di case discografiche e di stazioni radio, soprattutto punto di riferimento cui è vincolato chiunque, musicista o semplice appassionato di un genere musicale che conta una miriade di estimatori, voglia riscoprire le musiche della tradizione popolare USA) si avvale della produzione di Jason Lehning (Alison Krause & Union Station, Mat Kearney, Dolly Parton) e della collaborazione di un ensamble di valenti musicisti del luogo.

About the author

Giovanni Graziano Manca

Pubblicista, poeta, ha collaborato e collabora alla redazione di numerose riviste cartacee e web scrivendo di musica, poesia, letteratura, cinema ed altro. Ha pubblicato alcuni volumi di poesia (In direzione di mete possibili, Lieto Colle, 2014; Voli in Occidente, Eretica, 2016) e uno di racconti brevi (Microcosmos, Sole, 2013). Vive a Cagliari, meravigliosa città del Mediterraneo.

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