Interviste Soundcheck

Giulio Wilson – Soli nel Midwest + Intervista

Melodie “americana” decisamente accattivanti, intrecci di chitarra folk rock limpidi e ariosi

Ci è parso, Giulio Wilson, un italiano “che vuol fare l’americano” e che riesce nell’intento non malaccio. “Soli nel Midwest”, suo primo album di brani inediti che presenta quindici canzoni ben confezionate e suonate anche meglio, è un biglietto da visita che garantisce un ascolto gradevole e allo stesso tempo una esperienza importante per il cantautore di origini fiorentine che con questi apprezzabili pezzi rivela di essere innamorato della prateria americana e delle sue sonorità tipiche così tanto da dedicare al genere country un intero disco.
Melodie “americana” decisamente accattivanti, intrecci di chitarra folk rock limpidi e ariosi che mescolano il proprio suono a quello di altri strumenti a corda tipici della tradizione d’oltreoceano, testi prevalentemente in italiano tutto sommato adeguati quanto ad argomenti trattati e a cantabilità: sono, questi, alcuni dei punti di forza di un lavoro che appare minuziosamente definito anche in studio di registrazione. Se le influenze americane che si fanno sentire in ogni traccia del CD appaiono generiche e non facilmente attribuibili a uno specifico cantautore o gruppo USA, più facile appare mettere a nudo almeno uno dei punti di riferimento stilistici italiani di Wilson: il fantasma di Adelmo Fornaciari da Reggio nell’Emilia, infatti, aleggia qua e la, tra i brani del disco, ad esempio nella canzone (bellissima) che occupa l’ottava traccia del disco, Ci sarò.
Ci è sembrata opera riuscita, “Soli nel Midwest”, perché più di ogni altra cosa, forse, ha avuto la disponibilità di un cast di professionisti della musica che in fase di realizzazione dell’album ha fornito uno apporto determinante: con Wilson hanno collaborato Roberto Piumini poeta e scrittore di fama, Bobby Solo, che è presente anche come cantante in una delle canzoni del disco, Eddy Mattei, produttore musicale (collaborazioni con Zucchero), Riccardo Dellocchio (collaborazioni con Patti Smith, Casa del Vento, Irene Grandi , Turci , Elisa, Mannoia, Bosso), Marco Di Maggio, chitarra (collaborazioni con Terry Wiliams (Dire Straits), D. J. Fontana (Elvis’ Band), Linda Gaio Lewis (sorella di Jerry Lee Lewis), Albert Lee, Billy Swan (compositore per Elvis)), e poi Matteo Giannetti al basso, Valter Sacripanti alla batteria, Federico Biagetti (coautore assieme a Giulio Wilson e già chitarrista per Zucchero), e altri.

Giovanni Graziano Manca intervista Giulio Wilson

Giulio presentati brevemente ai lettori di SOund36.
Sono Giulio Wilson, Artista, 1983, Toscano, cantautore, autore, polistrumentista, enologo nonché produttore di vini biologici.
Sono cresciuto in campagna, il mondo contadino lo conosco benissimo, nel sound di quest’album si percepisce una componente rurale che veste i miei brani, suoni vicini all’ambiente contadino di cui faccio parte: la ritmica del banjo e le note glissate della steel guitar mi fanno sentire a casa.
Nonostante io sia laureato non mi sono mai tirato indietro a fare lavori umili e tutt’ora torno spesso a casa con la terra sotto le unghie.
Ho sempre fatto del sacrificio nella vita, prima di essere musicista ho creato una azienda agricola e un piccolo ristorante, è da poco tempo che dedico tutto me stesso alla musica. E anche in questo settore il sacrificio non manca perchè emergere è difficile: se togliamo qualche festival e i talent che ti danno una visibilità enorme ci sono poche vetrine, poche opportunità per innescare un meccanismo che ti coinvolga in maniera sostanziosa ma soprattutto che possa far arrivare la musica indipendente alle orecchie delle persone.

Il tuo disco è molto “americano”. Sarei curioso di sapere se questa tua preferenza per le sonorità Usa è dovuta a esperienze musicali maturate direttamente negli Stati Uniti oppure ad esperienze “indirette” di ascolto sia pure protrattosi per lungo tempo.
Ad entrambe le cose: sono un attento uditore delle sonorità internazionali e allo stesso tempo ho avuto influenze riguardanti le mie esperienze negli Stati Uniti. Se leviamo la musica classica e quella melodica popolare, non possiamo non riconoscere che tutto è partito da quei paesi là. Il blues, Soul, Rock&Roll, RnB, Jazz, l’Hip Hop sono tutti generi che ormai fanno parte della nostra cultura. Non dimentichiamoci che molte Hit degli anni 60 non erano solo farina del nostro sacco. Senza l’America nessun Celentano o De Gregori sarebbe esistito, per esempio. E anche il mio cognome; mi chiamo Wilson perché mio nonno nacque il giorno in cui l’allora presidente degli Stati Uniti Wilson venne in Italia. Per l’epoca, senza aerei presidenziali, era un vero e proprio avvenimento.

Parlaci dei tuoi punti di riferimento stilistici americani. In particolare dicci, se ti è possibile, quali sono i cantautori o i gruppi USA senza l’esistenza dei quali la tua musica non sarebbe stata la stessa.
Ho sempre cercato di non avere punti di riferimento precisi e faccio difficoltà a rispondere. Ci sono stati degli innamoramenti ma sono legati ad un periodo della mia vita, se riascolto ora certi dischi non riprovo le stesse sensazioni. Da bambino adoravo i vinili, tutt’ora ho una collezione da invidia: quella dei miei genitori che con gli anni ho arricchito.
Mi sono affezionato ai vinili di cui ero in possesso: Freewheelin’ Bob Dylan 1963, Wildest organ in Town di Billy Preston 1963, come si fa a non citare The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd e poi tra gli italiani Bufalo Bill di De Gregori del 1976 o Radici di Guccini del 1972.

Puoi citare almeno tre dischi americani che irrinunciabilmente dovrebbero far parte della discoteca di ognuno di noi?
Se non ti offendi preferirei non rispondere, darei una risposta scontata citando Davis o i Beatles…

Mi piacerebbe sapere come nascono le tue canzoni, in particolare se la scrittura dei testi è tua, o affidata ad altri, oppure tua (o di altri) solo a seconda dei casi. 
In questo album ho scritto tutto io, tranne due testi che sono stati firmati dal grande scrittore e poeta Roberto Piumini. Quando ero piccolo mia madre mi leggeva una sua filastrocca prima di addormentarmi e oggi sono onorato di poter cantare un suo testo.

Puoi dirci qualcosa a proposito della dimensione live della tua musica? Per che genere di pubblico ti piace suonare? C’è un posto dove non hai mai suonato e dove ti invece ti piacerebbe suonare?
Quando sono su un palcoscenico mi piace suonare per chiunque non faccio distinzione. Qualsiasi professionista di rispetto non dovrebbe avere distizioni di pubblico. A volte faccio delle serate intime, in piccoli club dove si instaura una bella atmosfera ma non nascondo che preferisco suonare nelle piazze, con la band al completo, anche perché sono solito curare tutti i minimi particolari che vanno dall’ allestimento coreografico all’abbigliamento, pertanto i grandi palchi sono quelli che desidero di più perchè permettono di coinvolgere tutta la mia band formata da musicisti di altissimo livello e posso creare un vero e proprio show.

 

About the author

Giovanni Graziano Manca

Giovanni Graziano Manca

Pubblicista, poeta, ha collaborato e collabora alla redazione di numerose riviste cartacee e web scrivendo di musica, poesia, letteratura, cinema ed altro. Ha pubblicato alcuni volumi di poesia (In direzione di mete possibili, Lieto Colle, 2014; Voli in Occidente, Eretica, 2016) e uno di racconti brevi (Microcosmos, Sole, 2013). Vive a Cagliari, meravigliosa città del Mediterraneo.

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