Interviste

Giovanni Dal Monte, Intervista

Fortunato Mannino

“I miei album sono pezzi unici. Ognuno è legato ad un momento particolare, a delle persone, a dei ricordi…”, Giovanni Dal Monte

Visible Music For Unheard Visions è stato uno dei miei album preferiti del 2015. Lontano dal concetto classico di canzone e con un fortissimo potere evocativo ha da subito catturato la mia curiosità. Oggi incontriamo Giovanni Dal Monte che ci parlerà della sua Arte e ci accompagnerà nei segreti di quest’album.

 Ciao Giovanni e benvenuto sulle pagine di SOund36. Quando ho ascoltato per la prima volta Visible Music For Unheard Visions tutto mi sarei aspettato tranne un album come Visible Music For Unheard Visions. La prima domanda che ti faccio, dunque, come definiresti tu la tua Arte?
Forse semplicemente la manifestazione del flusso dei miei pensieri, di come li organizzo e di come li esprimo. Della “posizione” estetica che scelgo di avere. Rispecchia cosa sento, come sono e come scelgo di essere, un po’ come la personalità di ognuno di noi, che costruiamo nel tempo, e che cerchiamo di migliorare.
E’ un mondo in cui trovo i significati e le armonie, in cui posso giocare a progettare equilibri che vorrei, un gioco comunque molto serio e importante per me.
Un gioco in cui le idee, i desideri, l’esperienza, i limiti, ma anche il mondo oggettivo…tutto concorre al suo divenire. Per questo non riesco ad immaginare uno stile fermo e cristallizzato, noi cambiamo durante tutta la vita.

Ho riascoltato Visible Music For Unheard Visions diverse volte prima di questa intervista e lo trovo geniale. Ce ne puoi raccontare brevemente la genesi?
Avevo pensato di chiamarlo Music for blind and deaf people, però era un titolo che poteva offendere i non udenti o i non vedenti, e non era quello che volevo, piuttosto l’idea di una musica che può essere sentita e toccata, percorsa nel proprio interno.
La galleria Pomo Da DaMo mi chiese di fare una mostra di miei video e chiamarono il critico Luca Beatrice per curarla. Io volevo evidenziare la possibilità della musica, in questo caso la mia, di stimolare le associazioni di idee, il flusso di pensiero, la coscienza. E così abbiamo “esposto” la musica.
Il disco nasce con questa mostra, come se ne fosse il catalogo. I brani provengono da diversi momenti, alcuni sono vecchi altri nuovi.

Se definissi Visible Music For Unheard Visions una sorta di Rorschach sonoro quanto mi avvicinerei all’intento dell’autore?
Perché no, le macchie di Rorschach suscitano ad ognuno immagini differenti.  E uno degli scopi che mi prefiggo è quello di suscitare immagini, storie e sviluppi dall’ascolto della musica…o meglio, dato la musica già li contiene, evidenziarli.

I tuoi album rappresentano degli affascinanti unicum. Qual è, ammesso che esista, il filo conduttore che li lega?
Si, sono pezzi unici. Ognuno è legato ad un momento particolare, a delle persone, a dei ricordi…
Il filo che li lega è che sono tasselli del percorso che ho fatto attraverso gli anni.
Anche a discapito della riconoscibilità stilistica, non ho mai pubblicato un lavoro uguale all’altro e questo comunque mi piace. Non voglio ortodossie stilistiche, di linguaggio, semmai solo coerenza nel metodo e nell’approccio.
Per sommi capi, nei primi due volevo introdurre l’elettronica, ai tempi un mio amore nascente, nel background musicale che mi apparteneva precedentemente.   Poi c’è stata un’immersione “glitch” con il terzo (un lavoro tutto fatto con i suoni di uccelli ed insetti) e un’immersione elettronica nel jazz con il quarto. Il quinto ha avuto un parto difficile, quattro anni per finirlo: in un momento per me di grandi cambiamenti.  Il sesto segna la fine di quel passaggio cercando di essere ironico (è quasi interamente composto da campioni di big bands che si incagliano, voci da crooner, parodie dei testi di Cole Porter etc). Il settimo è uno studio sulla musica classica in chiave elettronica, una sorta di rigenerazione di intenti e di visione. L’ottavo è questo di cui stiamo parlando.

Stai lavorando ad nuovo progetto?
Sono continuamente all’opera, facendo cose nuove. Nell’immediato sto facendo alcune musiche che saranno edite con un libro sui dipinti di Nedo Merendi, in collaborazione con Cesare Reggiani.
Poi abbiamo preparato un concerto al teatro San Leonardo di Bologna, il 18 febbraio, per Angelica Festival, con Simone Cavina alle percussioni.
Ma forse più che progetti avrei dei desideri. Mi piacerebbe remixare alcuni miei vecchi lavori; mi piacerebbe contattare alcuni artisti con cui ho lavorato in passato per concretizzare qualche cosa di nuovo; Mi piacerebbe anche trovare il tempo ed i mezzi per fare altri video, che ho in mente da tempo.
Mi piacerebbe poi riuscire ad organizzare un ensemble di musicisti che suonino la mia musica, così da portarla dal computer agli strumenti, non necessariamente tradizionali.

L’ultima domanda delle mie interviste è un open space riservato all’Artista. A quale domanda che non ti ho rivolto avresti voluto rispondere?
Ad un invito a venire a suonare dalle tue parti, semmai in un bel teatro.

 

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