Interviste

Giovanni dal Monte, Intervista

Fortunato Mannino

“Xanax a go go” è come dire “questo mondo ci fa diventare pazzi, abbiamo bisogno di calmarci”

Uno degli artisti che, in questi anni, ha saputo calamitare la mia attenzione è Giovanni dal Monte. Artista di elettronica di avanguardia e soprattutto artista eclettico che, album dopo album, progetto dopo progetto, riesce sempre a spiazzare l’ascoltatore. Non è un caso che sia stato lodato da John Zorn e Barry Adamson, come non è un caso che sia stato l’autore delle musiche che hanno accompagnato ENJOY, mostra d’arte contemporanea organizzata al Chiostro del Bramante nel 2018.
Un artista che sa far riaffiorare immagini sepolte nella memoria, reinterpretare musiche rinascimentali, mai uguale a se stesso. Gli ultimi mesi del 2019 ci hanno regalato Made in Taiwan, ultimo suo progetto, e… siamo andati a fare una chiacchierata con lui per saperne di più.

Ciao Giovanni, e bentornato su SOund36. È sempre un piacere parlare conte e, soprattutto, scoprire ciò che si nasconde dietro i tuoi progetti.
Ciao Fortunato, è un piacere mio, ritrovarti.

Devo dire che anche questa volta sei riuscito a spiazzarmi. Avevi anticipato qualcosa di nuovo ma… non tanto nuovo. Raccontaci come nasce il progetto Made in Taiwan?
In realtà è musica molto semplice, anche se costruirla è stato laborioso. Io la considero pop, anche se vari produttori mi hanno detto che quando provo ad essere commerciale sono sempre, molto, troppo sperimentale. Io credevo di aver fatto un disco di dance music, sebbene eclettica. Mi sono ispirato alla dance dei Chemical Brothers, Timo Maas, Knife, ma poi nemmeno tanto. Volevo per una volta fare ballare la gente e volevo cantare. Come sai, spesso c’è un concetto dietro ad ogni mia produzione, questa volta volevo fare un disco di disimpegno. Soprattutto per “distrarmi”, dopo una lunga serie di lavori molto seri ed impegnativi. In ogni caso anche in questo disco “facile” i ritmi sono elaborati, le dissonanze accuratamente pensate e il canto imprevedibile: insomma, non è un disco scontato. E questo penso mi contraddistingua.

C’è un motivo per cui hai deciso questo titolo?
“Xanax a go go” è come dire “questo mondo ci fa diventare pazzi, abbiamo bisogno di calmarci”, e allora qualcosa di immediato sollievo può essere un medicinale. Volevo essere ironico, ma forse è anche un po’ tragico. Ma è vero.

Come mi accennavi in privato, si tratta di un collettivo che coinvolge più personalità artistiche, che provengono da ambiti artistici differenti. Ciò mi lascia presupporre che gli sviluppi del progetto non si fermeranno alla sola musica, ma saranno molteplici e variegati.
Assieme a due giovani ballerine (Letizia Landi e Noemi Di Matteo) e ad un dj (Clash Disko) abbiamo pensato di fare qualcosa che potesse essere divertente per noi e per chi ci ascolta. Però il gruppo è aperto a tutti. C’è un regista, un grafico…non so che sviluppi ci saranno, vedremo. C’è stato un problema con un ufficio stampa e booking di Parigi a cui avevo affidato questo lavoro e che invece si è rivelato truffaldino. Questo ha un po’ bruciato il disco, ma ho deciso di lasciar perdere e pensare al futuro.

Made in Taiwan è un album allegro, ma che significato ha, oggi, per te l’allegria?
Allegro forse lo ero più da ragazzo, ma credo sia fisiologico. Per “album allegro” intendo (forse ingenuamente) ritmato, energetico, che non si attiene a nessun dogma. L’allegria, oggi, per me credo significhi lasciarsi andare un po’, scordarsi del proprio contesto e del proprio io, cantare in modo non ortodosso, lasciarsi trasportare e riscoprire il contatto con altri artisti.

Nell’ultima intervista che hai rilasciato a SOund36, hai dichiarato: non ho mai fatto nulla di uguale nella mia produzione, anche a costo di una non riconoscibilità. Una scelta di libertà che mi sento di condividere, perché un artista risponde solo alla sua curiosità e al suo estro. Normale, dunque, che ti chieda se hai qualche altro progetto o idea e che tipo di sviluppo avrà.
Sì, e lo credo ancora. Ho fatto cose molto sperimentali vent’anni fa che riascolto ora in produzioni di altri artisti. Non mi sono mai creduto uno scienziato, come altri che suonano musica per computer. Ho lavorato con le forme d’onda e non ho mai pensato che questo di per sé fosse un fine, padroneggiare i circuiti non mi interessa, e nemmeno essere troppo nerd con il computer. Dopo tanti anni in cui ne ero appassionato, i malfunzionamenti, i glitchs, i disturbi magnetici mi annoiano sia come ascoltatore che come musicista. Se mai tra un po’ torneranno ad appassionarmi, voglio essere libero, sereno ed indipendente. Può piacermi tutto e niente, dipende dal contesto. Mi piacciono tutte le musiche e posso cimentarmi in tutte, ma non mi sento di appartenere a nessun genere. Credo che come diceva il grande Hendrix, l’importante sia sentire. E quanto è vero! Ora sto lavorando ad un progetto jazz sulle musiche di Billie Holiday con altri musicisti e ad un altro progetto, elettronico, con diverse collaborazioni da Italia ed estero.

Non ci resta dunque che aspettare, per essere ancora spiazzati. Ciao Giovanni e a presto.
Ti ringrazio di cuore per questa chiacchierata e un saluto a tutti i lettori di SOund36.

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