Interviste

Giovanni Barone, Intervista

Rendere la voce di un autore straniero con le parole della mia lingua madre, rispettando i significati, i tempi, il respiro della scrittura è qualcosa di estremamente stimolante

Fernando Bermúdez è l’autore della raccolta di racconti La Metà Del Doppio (Edizioni Spartaco), vincitore del Premio Cortázar e del Premio Juan Rulfo. Abbiamo rivolto alcune domande di approfondimento sul libro e sulla professione di traduttore a Giovanni Barone, il curatore e traduttore di questo bel libro.

Giovanni, è in libreria la tua ultima traduzione, La metà del Doppio di Fernando Bermúdez (Edizioni Spartaco). Perché hai deciso di tradurre Fernando Bermúdez? Cosa ti affascina della sua scrittura?
Ho deciso di tradurre i racconti di Bermúdez perché mi avevano colpito molto alla prima e alle successive letture. Mi ero imbattuto casualmente in quel libro durante gli ultimi anni del mio contratto presso l’Ufficio culturale del Consolato italiano a Rosario e ne rimasi assolutamente folgorato. Ero sicuro di avere tra le mani un autore argentino dotato di grande talento, ancora inedito in Italia e negli altri paesi europei, che meritava di essere proposto all’attenzione dei lettori. La sua scrittura rientra nel solco tracciato dai grandi padri della letteratura argentina (Borges, Cortázar, Saer, Piglia) e la sua poetica riprende il canone del fantastico-esistenziale, asse portante dei grandi capolavori di quegli autori. È una scrittura colta e dotata di vari livelli di lettura, con una prosa ricercata e suggestiva. Assolutamente geniale.

La metà del doppio cela l’imperfezione del suo significato. Puoi spiegarci cosa significa?
Il titolo non smentisce l’indeterminatezza dei significati che vuole indicarci l’autore, è perfettamente compatibile con l’idea di realtà inafferrabile e inesatta che è propria della sua poetica. Bermúdez inserisce quello che poi diventerà il titolo della sua raccolta di racconti all’interno di una delle 7 storie più significative,“Hugo Talmann morto a New York”. Lì racconta di uno scrittore in crisi, in balia di un tourbillon di parole e sinonimi che lo stanno facendo uscire di senno, e quando s’impone di scrivere ha la prova della sua prossima follia: traccia sul foglio la frase “La contingenza è esattamente la metà del doppio”. Come a voler dire: ho tante cose da dire, punto al massimo, ma realizzo soltanto la metà di quel che voglio, quindi niente. Una frase che, diventata poi il titolo della raccolta, gioca sulla suggestione e sull’indeterminatezza.

Come avete scelto i racconti adatti al pubblico italiano?
L’edizione originale comprendeva 10 racconti. Io ne ho selezionati 5 più 2 inediti inviati personalmente da Bermúdez. Ho scelto quelli che a mio parere potevano entrare in maniera stimolante nell’immaginario del lettore italiano, eliminando quelli con riferimenti a realtà locali poco note e quelli che esulavano da una linea comune che volevo fosse presente.

Bermúdez tornerà a scrivere di nuovo ora, dopo 25 anni?
Sì, e questa è la cosa che ha emozionato me e l’editore. Bermúdez è uno di quegli autori che lavorano di cesello, che limano e misurano le parole col bilancino. Punta alla perfezione (al doppio, non alla metà) e questo risulterà evidente leggendo i racconti. Solo che raggiunto il massimo con quei racconti (premiati con due riconoscimenti prestigiosi: il premio Cortázar e il premio Juan Rulfo), lo scrittore ha osservato 25 anni di silenzio letterario, era cosciente che il livello raggiunto dai suoi racconti era difficilmente superabile se non uguagliabile.
Il cambio di contesto economico linguistico e culturale (dopo il successo dei suoi racconti si trasferisce definitivamente dall’Argentina alla Svezia) probabilmente ha avuto a che fare con questo “silenzio” venticinquennale. Però la pubblicazione dell’edizione italiana ha smosso qualcosa. Bermúdez è rimasto piacevolmente sorpreso dall’accoglienza del suo libro, pur essendo da noi autore del tutto sconosciuto, e ha messo mano a un romanzo che pubblicherà sempre l’editore Spartaco si spera entro i primi mesi dell’anno prossimo. E ha tenuto a ringraziarci con una frase che riporto testualmente: “vi ringrazio di avermi riportato sul precipizio della scrittura”.

Possiamo dire che tu sei specializzato in letteratura sudamericana? A che punto è in Italia la letteratura ispano-americana?
Ho sempre tradotto autori latino americani: due argentini (Guillermo Saccomanno e Fernando Bermúdez), un cubano (Pedro Juan Gutiérrez) e un messicano (Daniel Saldaña París). Prossimamente inizierò a tradurre un altro scrittore argentino, Martín Kohan, in attesa del romanzo che ci manderà Bermúdez da Stoccolma.
Mi sembra che la letteratura ispano-americana stia vivendo da noi un ottimo momento. Fatte salve le colonne portanti di quella narrativa (Borges, Cortázar, Bolaño e altri, veri eterni evergreen), da Márquez a Isabel Allende, da Claudia Piñeiro a Elizondo, a Ricardo Piglia a Rodrigo Fresán, gli autori ispano-americani contano su un nutrito numero di affezionati lettori. Oltre al ruolo dei grandi marchi editoriali, hanno lavorato molto bene per la diffusione della narrativa latinoamericana piccoli e medi editori indipendenti ma molto validi, del calibro di Chiare Lettere, Sur, LiberAria, Gran Vía e altri.

Tra queste letterature ti ha da sempre affascinato quella argentina e quella messicana, perché?
Prediligo la letteratura argentina perché conosco abbastanza bene la lingua (anche la variante rioplatense) e ho potuto leggere i grandi argentini in originale. Sono esperienze che lasciano il segno. Inoltre ho vissuto nove anni in Argentina lavorando nell’Ufficio culturale del Consolato Generale d’Italia a Rosario e in quel contesto ho potuto conoscere autori ed editori e accedere a opere di autori contemporanei validissimi ma del tutto ignorati in Italia. Questo mi ha stimolato a fare opera di scouting e a tradurre, che è sempre stata la mia passione. Rendere la voce di un autore straniero con le parole della mia lingua madre, rispettando i significati, i tempi, il respiro della scrittura è qualcosa di estremamente stimolante.
L’amore per la letteratura messicana è nata in me dopo la lettura di Juan Rulfo negli anni 70. È una letteratura ricca di grandi autori (Octavio Paz, Salvador Elizondo, Carlos Fuentes) che ha spinto la meritevole casa editrice La Nuova Frontiera a pubblicare l’opera di Guadalupe Nettel che in questo momento sta guadagnando l’attenzione di molti lettori. Personalmente sono entrato in amicizia con un giovane scrittore di Città del Messico di grandi prospettive, Daniel Saldaña París, di cui ho tradotto l’opera prima. Sicuramente dopo quella argentina la letteratura messicana è la mia preferita. Ci sono giovani autori meritevoli ancora poco conosciuti qui da noi.

Un tuo progetto è quello di curare le traduzioni di opere di autori italiani contemporanei da proporre al mercato editoriale di paesi centro e sudamericani. È già partito?
Ho sempre sognato di poter fare da ponte tra la nostra e le letterature latino americane, puntando su autori contemporanei. Sembra che il primo mattoncino di questo ponte sia già stato collocato. Ancora non posso pronunciarmi fino a che non si giunge all’ufficialità. Ma manca poco.

About the author

Annalisa Nicastro

Mi riconosco molto nella definizione di “anarchica disciplinata” che qualcuno mi ha suggerito, un’anarchica disciplinata che crede nel valore delle parole. Credo, sempre e ancora, che un pezzetto di carta possa creare effettivamente un (nuovo) Mondo. Tra le esperienze lavorative che porterò sempre con me ci sono il mio lavoro di corrispondente per l’ANSA di Berlino e le mie collaborazioni con Leggere: Tutti e Ulisse di Alitalia.
Mi piacciono le piccole cose e le persone che fanno queste piccole cose con amore e passione

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