Recensioni

Gazpacho – Molok

Fortunato Mannino

Dalla fredda Norvegia i Gazpacho ereditano suoni, tradizioni che si perdono nelle nebbie del tempo e una mitologia popolata di personaggi sinistri e demoniaci

Gli approcci ad un album, si sa, sono molteplici. Spesso, però, a decretare il successo in Italia è l’accessibilità alle sonorità più che i testi che, se in lingua inglese, diventano purtroppo un problema. Libertà è anche godersi la propria musica come meglio si crede, ma alla fine tutto si muove in contesti culturali – sociali – economici ben precisi e tentare d’inquadrare un gruppo e le sue produzioni in una cornice un po’ più ampia aiuta a conoscere meglio sia il gruppo stesso che la grande Storia del Rock. Il perché di questa premessa è d’obbligo visto che oggi parliamo di prog rock scandinavo e in particolare dell’ultimo album dei Gazpacho.
Diciamo subito che, in generale, la galassia scandinava andrebbe conosciuta molto meglio. Gli album che mensilmente arrivano sul mercato sono di notevole qualità; purtroppo però sono ancora troppo relegati ad un mercato di nicchia (il riferimento è sempre al mercato italiano).
Discorso leggermente diverso per i Gazpacho che con Molok arrivano al loro nono album in poco più di una decade. Incidono per una casa discografica di prim’ordine come la KScope e il loro successo internazionale è ben consolidato. Se considerassimo, dunque, solo l’aspetto musicale ci sarebbe poco da scrivere. Splendide voci, atmosfere morbide e crepuscolari, un genere che genericamente descriviamo come prog sinfonico e… abbiamo uno dei miei album dell’anno. Se, invece, cerchiamo di contestualizzarli, il discorso cambia e si arricchisce di particolari che stupiscono e affascinano. Dalla fredda Norvegia ereditano suoni, tradizioni che si perdono nelle nebbie del tempo e una mitologia popolata di personaggi sinistri e demoniaci. Con Molok assistiamo, però, ad un’ulteriore passo in avanti rispetto all’osannato Demon uscito nel 2014.
Molok, nome di una crudele divinità mediorientale a cui venivano sacrificati bambini, è una riflessione filosofica sulle religioni. L’uomo necessita di un dio e materializza questa sua esigenza con la costruzione di luoghi di culto. Costruzioni di pietra distribuite in ogni luogo e di ogni epoca che si animano, però, solo se è l’uomo ad animarle perché la divinità resta muta e insensibile alle vicende umane. Muta, insensibile eppure viva e onnipresente in un’umanità bisognosa di risposte e speranze. Il protagonista, come preannuncia la copertina dell’album nella quale sono visibili complesse formule matematiche, arriva ad una conclusione meccanicistica della vita e Molok Rising: sorge o, se preferite, risorge per divorare ogni illusione.
Due curiosità prima di lasciarvi ad un ascolto che, qualunque sia l’approccio, è molto bello. La prima riguarda il brano Molok Rising, nel quale vengono utilizzate riproduzioni fedeli di strumenti che venivano usati dopo l’ultima glaciazione, ovvero circa 10.000 anni fa.
La seconda è un’avvertenza: alla fine del CD vi è una ghost track che genererà dei rumori che… potrebbero, semplicemente, mettere fine all’Universo.

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