Il 26 settembre è uscito in digitale “Stare Bene Stare Male”, il nuovo singolo di Valerio Urti, in arte Fase. Lo abbiamo contattato via e-mail per porgli qualche quesito riguardante questo nuovo tassello del suo percorso artistico.
Hai etichettato il tuo ultimo brano definendolo un “singolo manifesto”: cosa intendi con questa definizione?
“Stare Bene Stare Male” è il mio punto zero. È il brano che traccia il confine tra ciò che ero e ciò che sto diventando. L’ho definito un singolo manifesto perché dentro c’è tutto: la mia fragilit à , la mia rabbia, le cose che non ho detto e quelle che non dirò mai più. È una canzone che parla anche per me quando io non riesco a farlo. E in questo momento, rappresenta esattamente chi sono, senza filtri né compromessi.
“Stare Bene Stare Male” tratta tra le tante cose il tema del rimpianto, si può dire che segue il canovaccio artistico del precedente singolo “Buonavita”?
Assolutamente sì. In un certo senso, “Buonavita” e “Stare Bene Stare Male” sono come il lato A e il lato B di uno stesso vinile emotivo. “ Buonavita” è più luminosa, ma ha una malinconia sottopelle. “Stare Bene Stare Male” invece è frontale, più cruda, più notturna. Entrambe però nascono da un’urgenza autentica: raccontare la vita com’è, senza edulcorarla. Con i rimpianti che graffiano, ma anche con la voglia di rialzarsi. Per me, sono due pezzi che parlano la stessa lingua, ma con accenti diversi.
Alla base dello scioglimento dei Fase39 vi è quindi la tua urgenza di avviare un nuovo percorso da solista?
Sì , direi che è stata una questione di necessità, più che di scelta. Sentivo che alcune cose che avevo bisogno di dire non potevano passare da un filtro collettivo. Dovevano venire fuori dalla mia voce, dalla mia penna, con tutta la vulnerabilità del caso. Con i Fase39 ho vissuto anni bellissimi, che mi hanno formato. Ma poi la vita cambia, e la musica deve seguirti. È stato come togliersi un vestito cucito su misura anni fa che però ora stringe. Il progetto solista è il mio modo per respirare a pieni polmoni.
Quali sono gli artisti che ammiri e in cui ti rispecchi?
Ne potrei citare tanti, ma vado d’istinto. Amo Springsteen per la sua capacità di unire epica e quotidianità. I The Killers per come trasformano il dolore in energia. I Linkin Park per la loro disarmante verità emotiva. E John Lennon per la sua penna e la sua sincerità. Ma soprattutto ammiro chi non ha paura di mostrarsi fragile. Chi fa musica come se stesse scrivendo l’ultimo messaggio della notte. Il mio sogno non è assomigliare a nessuno di loro, ma di provare a riuscire a lasciare un segno simile a quello che loro hanno lasciato dentro di me.
Come è nata la scelta di avviare un podcast intitolato appunto Buonavita, prendendo tra l’altro il nome dal bar torinese in cui giri i tuoi contenuti?
Tutto è nato da una chiacchierata al bancone del Bar Buonavita, con il mio produttore. Mi sono accorto che quel posto aveva qualcosa di speciale: un’umanità sospesa, una dimensione fuori dal tempo, dove ci si può permettere di essere veri. Da lì è nato il podcast, con l ’idea di fare spazio a storie che avessero lo stesso sapore delle mie canzoni. Un modo per allargare il progetto musicale anche ad altre voci, altre vite. Per me la buona vita non è una vita perfetta, ma una vita condivisa. E il podcast è il mio modo di accendere luci su pezzi di umanità che meritano di essere raccontati.
Dopo “Stare Bene Stare Male” qual sarà il tuo passo successivo? Stai lavorando a qualcosa in questo momento?
Sì , sto lavorando all’album. Posso dire che sarà un vero viaggio emotivo tra le stanze della memoria, dell’amore, incrociando la rotta delle mie resistenze. Uscirà nei primi mesi del 2026, ma nel frattempo ci saranno altri singoli che sveleranno piano piano il percorso. Parallelamente sto organizzando nuovi live, perché per me la musica vive davvero solo quando incontra le persone. E poi sto scrivendo tanto, anche per altri progetti. La mia testa è un vulcano, ma sto imparando a lasciar fluire ogni cosa senza forzare.

