Recensioni

Fabio Gremo – Don’t Be Scared of Trying

Fortunato Mannino

Musicalmente è la sublimazione di tante esperienze da quella Prog a quella Folk, una commistione piacevole e raffinata

Più che cercar talenti, si dovrebbero ascoltare i dischi! È questa la frase che d’istinto è affiorata nella mia mente dopo l’ascolto di Don’t Be Scared of Trying, secondo album solista di Fabio Gremo. Uno sfogo, un’esternazione subito soffocata dalla consapevolezza che i talent hanno dinamiche socio economiche diverse dalla Musica. Nessuna polemica visto che la mia visione è diametralmente opposta e ogni tipo di confronto impossibile ma gli incroci, volenti o nolenti, sono inevitabili. E allora, mi vien da dire che se proprio ci si vuol dare una possibilità in questo strano e contradditorio mondo, sto parafrasando il titolo dell’album, lo studio e il lavoro sul campo sono indispensabili più di una telecamera che, prima o poi, passerà ad altra inquadratura dimenticandosi del presunto vip. Lavoro, studio e quella sensibilità che porta fuori dagli schemi e permette di creare qualcosa di nuovo e originale. Questi sono tra gli ingredienti essenziali che fanno di un artista un Artista.
L’album di oggi lo conferma e, ad onor del vero, è una piacevolissima sorpresa. Conoscevo Fabio Gremo dal 2010 ma solo membro del Tempio delle Clessidre, e ritrovarlo in veste solista e con un album di questa caratura non è poco. Ok è il secondo e non il primo, ma penso che Don’t Be Scared of Trying rappresenti, mi auguro lo sia, la consacrazione di un talento a tuttotondo. A stupire oggi, infatti, non è tanto l’abilità del musicista e l’armonia che caratterizzavano anche La Mia Voce, album solista e interamente strumentale, ma la voce. Arrivare a raccontare e raccontarsi, inseguendo un proprio progetto e una propria indipendenza musicale, così come suggerito dal titolo, significa tanto tanto lavoro. L’album possiamo definirlo, almeno per quel che riguarda l’aspetto testuale, un album intimista, nel quale attraverso immagini suggestive si sublimano ricordi e speranze. Musicalmente è la sublimazione di tante esperienze da quella Prog a quella Folk, una commistione piacevole e raffinata, che contribuisce non poco a disegnare atmosfere eteree e rarefatte, alle quali contribuiscono anche numerosi ospiti. Tra i brani più belli impossibile non citare l’iniziale Breeze, i cui arpeggi iniziali danno subito l’idea della caratura e del mood dell’album; Hypersailor, che con i suoi onirici paesaggi è il pezzo più prog-rock dell’album. Il disco è uscito a metà dicembre, dunque, troppo tardi per inserirlo nella mia personale classifica, ma non troppo per caldeggiarne oggi acquisto e ascolto.
L’album è autoprodotto e lo potete trovare sulle maggiori piattaforme musicali ma, per chi ama ancora il formato fisico, sappiate che esiste il cd ed è distribuito dalla Black Widow.

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