Interviste

Edoardo Liberati, Intervista

Fortunato Mannino

Spero che ci sia una sorta di “rinascita” alla fine di questa fase buia

In questo strano periodo storico, durante il quale non si vive la giornata ma l’ora di un eterno presente, i social sono tra le piazze più frequentate dagli italiani e anch’io mi sono concesso qualche lunga passeggiata.
Un’occasione per ritrovare e risentire qualche amico, scoprire un elevatissimo numero di italiani esperti in virologia e tantissimi altri esperti in complotti internazionali. Ma al di là della distratta osservazione di un’umanità varia, abbiamo avuto modo di notare come i reading e i concerti casalinghi si siano moltiplicati dando alla comunità la possibilità di scoprire il lato più umano degli artisti. Durante una di queste passeggiate ho incontrato Edoardo Liberati, talentuoso chitarrista e leader del Liberati Quartet.

Ciao Edoardo e benvenuto su SOund36
Ciao Fortunato e grazie per questa intervista!

La prima domanda e d’obbligo: come stai e come stai trascorrendo questo periodo surreale?
Normale che lo sia. Sono fortunatamente in salute a Roma.
Devo essere onesto e dire che da musicista e compositore sto apprezzando molto la grande quantità di tempo a disposizione. Le mie giornate sono incentrate sullo studio e sulla scrittura di brani nuovi o sull’arrangiamento di brani esistenti, per diverse formazioni sulle quali lavoro da tempo o altre che mi vengono in mente. Lavoro quotidianamente a vari video e sto iniziando ad impratichirmi con video editing e home recording, le quali erano cose che da mesi volevo approfondire. Beh, questa è stata sicuramente l’occasione giusta.
Certo, mi manca molto suonare con delle persone continuando la mia attività di concerti ed anche la mia attività di insegnamento. Annego quindi questa mancanza col suonare su brani (come di routine in giornate di studio) jammando pomeriggi interi.
Mi auguro che presto tutto questo finirà in modo che potremo tornare a condividere musica insieme.

Ho avuto modo di sentire e apprezzare la tua Musica e il tuo stile, ma vorrei che fossi tu a presentarti ai nostri lettori.
Grazie per l’attento ascolto.
In breve, vivo a Rotterdam da 5 anni dove ho completato il percorso di studi al conservatorio Codarts in chitarra Jazz. Precedentemente ho frequentato il Saint Louis College of Music di Roma, studiando con Umberto Fiorentino.
Come scritto in precedenza, oltre che considerarmi un musicista di professione, sono sempre stato molto affascinato dall’aspetto della composizione e dell’arrangiamento, e non a caso ho deciso di intraprendere la strada della magistrale sempre al conservatorio di Rotterdam che inizierà a settembre (se tutto va bene, considerando la grave situazione odierna).
In questi anni ho scritto moltissimo per svariate formazioni, delle quali posso sicuramente citare “Liberati Quartet” (della quale parlerò più avanti) e “Like Minds” (un ‘large ensemble’ di nove elementi che include l’elemento della voce femminile e la presenza di testi).
Parlando di “Liberati Quartet” posso dire che in 5 anni abbiamo prodotto 1 EP (“Upside Down”) uscito nel 2017, un album (“Countertime”) uscito nel 2019 e abbiamo suonato moltissimo in Olanda toccando varie città e molti festival locali (“North Sea Jazz”, “Delft Jazz”, “Otis Park” etc.). Abbiamo anche avuto la fortuna di suonare in altri paesi completando svariati tour in Belgio, Italia, alcune date in Francia, Lussemburgo.
Sono molto orgoglioso del lavoro di questo gruppo, ed è molto importante per me sottolineare il fatto che è sempre stato un progetto dove ogni membro ha avuto egual voce in capitolo nelle decisioni da un punto di vista organizzativo, promozionale e non da ultimo musicale. Questo è stato un fatto ed un “setting” deciso fin dal primo giorno di attività. L’arrangiamento dei brani è stata un’attività sempre svolta comunemente durante le nostre prove.
“Like Minds” invece è un progetto ‘work in progress’, dove ho deciso di essere il membro centrale. L’idea per questo gruppo mi è venuta dopo aver partecipato ad un workshop in Svizzera dove ho avuto modo di incontrare e suonare nella big band di Maria Schneider. Beh, organizzare una big band è un lavoro a sé, quindi ho deciso di abbassare un poco l’asticella delle aspettative pur mantenendo l’essenza della scrittura per un ‘large ensemble’, prendendo ispirazione dalle grandi possibilità armoniche che la presenza di cinque fiati possono offrire.
Altro elemento fondamentale di questo gruppo è (come detto in precedenza) la presenza della voce. Infatti, sono particolarmente appassionato ed interessato a cantanti nell’ambito Jazz. Quando studio un brano nuovo, cerco sempre di andare alla fonte primaria o, a seconda del brano, di ascoltare diverse versioni dei cantanti più significativi della storia di questa musica. Ovviamente va fatta una distinzione storico-stilistica, dal momento che la musica che tendo a comporre in questo gruppo non è lontanamente considerabile “tradizionale”, bensì di matrice contemporanea.
Ultima informazione di questo gruppo, vari elementi al suo interno sono degli attivi compositori e “band-leader”. Ho deciso quindi di coinvolgerli nella scrittura di brani per questa formazione, seguendo un’idea ed un obiettivo con un comune denominatore ovviamente stilistico. La musica risultante è quindi un amalgama di varie influenze che ognuno di questi membri compositori ha avuto nella sua vita. Cerchiamo di spaziare da musica contemporanea ad accenni di musica classica, a volte al Rock e Pop fino ad arrivare a degli elementi di “world music” (musica Brasiliana in primis).

Hai un artista a cui sei particolarmente legato e perché?
Non posso non citare Pat Metheny come musicista e fonte primaria di ispirazione; è stato il musicista sicuramente più influente nella mia vita. Ricordo ancora quando lo vidi per la prima volta dal vivo. Avevo appena iniziato a studiare Jazz e decisi di andarlo ad ascoltare all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Inutile dire che appena terminato il concerto decisi di intraprendere la carriera di musicista (un’idea che prima di questo evento era ancora vaga ed aleatoria), tanta fu l’ammirazione e l’ispirazione da me tratta alla fine di questo concerto. Dopo quell’esibizione posso dire di aver letteralmente consumato tutti i suoi dischi, fra tutti enumero “Letter from Home” come il più influente.
Ovviamente ho avuto moltissimi altri musicisti che ai quali tengo tuttora moltissimo e che ritengo parte integrante della mia formazione ed ispirazione giornaliera. Devo quindi citare: John Scofield, Dexter Gordon, Miles Davis, Bill Evans, Brad Mehldau, Kurt Rosenwikel, Gilad Hekselman e molti altri.

Il Liberati Quartet è un gruppo di matrice jazz, siete tutti dei virtuosi, ma quello che mi è ho apprezzato molto è che il virtuosismo non è mai fine a se stesso ma funzionale alla narrazione. E la narrazione si apre anche suggestioni musicali altre. Approfondiamo un po’ questi aspetti caratteristici della vostra musica.
L’aspetto narrativo è molto importante all’interno di questo gruppo. Il disco Countertime può essere visto come un unico filone descrittivo e di story-telling dove si può trovare un comune denominatore fin dal primo brano. L’idea di base del progetto è sicuramente jazzistica (dato che siamo musicisti di formazione e stampo Jazz), ma ciò che fa da collante al tutto ed aggiunge quel pizzico di diversità al gruppo è l’aspetto Rock e Pop, con particolare attenzione rivolta alla corrente del “Progressive Rock” del quale sono stato grandissimo fan ai tempi del liceo. Si possono quindi trovare connessioni con quella musica che è sempre stata ricca di aspetti ritmici interessanti e di complessità.
Anche a livello di forma ed appunto di storytelling dei brani, si possono trovare delle analogie con il Progressive Rock. In quasi tutti i brani si può ascoltare un’alternanza ed una mescolanza di parti, di brevi interludi, piccoli frammenti che a volte ritornano nello stesso brano con la stessa veste o sotto altre forme.

Parlaci un po’ di Countertime, vostro primo album uscito la primavera scorsa e di come nascono le vostre composizioni.
Questo disco riflette ciò che ho detto nella precedente domanda spiegando l’idea alla base di questo progetto. C’è stata grandissima attenzione all’arrangiamento dei brani, alla stesura del disco, alla sperimentazione in studio o in fase di missaggio. C’è alternanza di brani complessi e molto ritmici (la title-track “Countertime” fra tutti) con brani più sognanti e melodici (“Last Dance”, “Facing East”), con brani introspettivi (“Grand”), con brani più Pop (“When Things Go South”) ed infine con brani decisamente più spinti (“It’s Only a Matter of Taste”).
I brani sono quasi tutti da me composti tranne Grand composta da Marijn van de Ven (contrabbassista del progetto). Tutti questi brani sono riconducibili a fasi della mia vita all’estero, piccoli tasselli di un puzzle che si completa da sé alla fine dell’ascolto del disco, risultati di ispirazioni tratte da eventi di vita quotidiana.
Ricordo quando scrissi It’s Only a Matter of Taste. Ero al conservatorio seguendo una lezione di chitarra con uno dei miei insegnanti, il quale mi mostrò un video di John Scofield oserei dire abbastanza bizzarro ed ormai anacronistico (“Protocol”).
Al di là di questi aspetti “curiosi” del video e del brano, fui investito da un’ispirazione quasi incontrollabile tanto che alla fine della lezione corsi a casa e mi misi subito a scrivere il brano. In un paio d’ore lo scrissi e lo portai quindi alle prove subito successive a quell’evento.

Avete suonato spesso e tanto in Europa, quali sono le differenze più evidenti che hai notato tra quel pubblico e il nostro.
Beh, ce ne sono molte. Il pubblico Olandese è un pubblico composto, pacato, a volte quasi distaccato. Ciò può essere visto come un fatto negativo, ma al contempo è estremamente rispettoso e devoto all’arte. Rimasi colpito quando alla fine del primo concerto che vidi a Rotterdam il pubblico si alzò in una standing-ovation, cosa che lì succede sempre nei concerti in teatri o in sale concerto di alto livello. Ciò mi sorprese perché non sentii grande interazione e connessione tra musicisti e pubblico (ciò riconducibile al fatto del “distacco”), quindi non mi aspettavo certo una standing-ovation a fine concerto; mi aspettavo piuttosto che il pubblico neanche chiedesse il bis. Fatto curioso, furono chiesti addirittura due bis ai musicisti (ricordo fu un concerto di Joshua Redman).
Comunque, suonando in altri paesi vedo sempre un pubblico decisamente più “caldo” e partecipativo. Belgio, Francia e ovviamente Italia in primis. Gli stessi Olandesi si lamentano un poco di questa staticità e freddezza nell’ascolto, tanto che sono sempre contenti di suonare all’estero ed incontrarsi quindi con altri tipi di pubblico.

La pandemia ha stravolto le vite di tutti, come pensi cambierà il mondo dei concerti e quanto ne risentiranno le band italiane che, purtroppo, hanno sempre più difficoltà a trovare delle date.
Domanda alla quale è difficile trovare una risposta. Premettendo che come tu stesso hai detto il mestiere del musicista (non solo in Italia bensì in tutto il mondo in generale) è estremamente precario, rischioso e volubile di suo data la difficoltà di trovare concerti in comparazione all’altissima presenza di musicisti e gruppi, spero che ci sia una sorta di “rinascita” alla fine di questa fase buia. Va detto che il Jazz è in continuo mutamento ed aggiornamento, e non ritengo la pandemia causa di rallentamento o di stop a questa continua ed inarrestabile evoluzione.
Forse si prenderanno pieghe diverse, forse la strada intrapresa sarà diversa ma non posso certo prevederlo. Nel mio piccolo posso solo dire che questa è l’occasione di rimboccarsi le maniche e lavorare alle cose che ci siamo sempre detti di fare quando “staremo a casa” o “in vacanza”.

Un’ultima domanda prima di lasciarti: l’idea di ritagliarsi e regalare ai fans uno spazio sui social, secondo te, si apre a prospettive future?
Io credo che si potrebbe e sarebbe saggio trarre profitto da questa situazione a dir poco negativa, in tutti gli ambiti. Questa “doccia fredda” che stiamo subendo dovrebbe suonare come un allarme che dovrebbe spingerci a cambiare le nostre abitudini. Sarei molto contento se l’iniziativa di concerti sui social prendesse piede e credo sia una cosa molto positiva che sta succedendo in questo periodo (per forza di cose). Mi piacerebbe ogni tanto vedere (in futuro) dei musicisti di mia conoscenza che organizzano un concerto casalingo, sarebbe un bel modo di passare la serata in mancanza di concerti o attività musicali. Anche l’idea di organizzare interviste con artisti o pubblicare articoli è molto intelligente e potenzialmente estremamente costruttiva. Tengo quindi a mente queste idee per possibilità future!

Congedati tu dai nostri lettori, aggiungendo ciò che vuoi. Grazie ancora e presto
Non posso che ringraziare te per la possibilità concessami di fare due chiacchiere in maniera virtuale “nero su bianco” e chiunque abbia letto questa intervista nella sua interezza. Vorrei allegare dei link dove è possibile ascoltare e visionare tutto ciò che è necessario per conoscere più da vicino la mia attività.
Allego quindi il mio canale Youtube  e il mio sito web, ed il canale Youtube di “Liberati Quartet”.

Grazie e buona musica!

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Fortunato Mannino

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