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E’ scomparso il Colosseo…

Scomparso. il Colosseo non c’era più. Se n’era andato. Al suo posto una radura urbana, terra battuta e qualche ciuffo di erba qua e là.

Scomparso.
A chi come Carmine poco dopo l’alba occhiolava distrattamente dal terrazzatissimo e vipposisissimo Caffè ‘La Grande Bellezza’, ora deserto, mentre puliva i residui dei cocktail della sera prima, all’inizio non parve strano.
Il fatto che dalla terrazza con vista Colosseo dove si trovava adesso si vedessero ora distintamente l’Arco di Costantino e molte altre cose per lui completamente nuove sulle prime non lo preoccupò molto. Si appoggiò sulla scopa di saggina assai poco pratica e démodé che il proprietario del caffè si ostinava a fargli usare e si grattò la testa perplesso. No, niente, proprio non ci arrivava. Diegoooooo! Chiamò. Diego, Dieguito per gli amici (quindi solo lui, visto che era litigioso, il Dieguito, e facile al coltello), il cameriere filippino più veloce del West a estrarre un vassoio dalla cucina e un cocktail dallo shaker, lui sì che era sveglio. Gli indicò genericamente il panorama.
Che manca secondo te?
Diego guardò un pò, ebbe un sussulto e poi controllò velocemente sul telefonino e infine disse: il Colosseo, manca il Colosseo. Ecco perché si vede tutto così bene, anche tutta quella roba vecchia che prima si vedeva male concluse indicando sommariamente col dito verso il parco archeologico.
Ma davvero?, ma pensa un po’ esclamò Carmine. Secondo Te che dobbiamo fare, chiamare i Carabinieri? Se ne sarà accorto qualcuno?
Mah, si strinse nelle spalle il Dieguito, secondo me sì, però una telefonata in caserma la si può sempre fare.
Ma non ce ne fu bisogno. Qualche secondo e dai quattro punti cardinali e dai sette colli arrivarono tutti i rappresentanti delle forze dell’ordine, alcune che non avevano nemmeno mai visto: cinquanta sfumature di sirene. Tutti si allinearono lungo il perimetro lasciato libero dall’ex monumento. Qualcuno scese di macchina, qualcuno più coraggioso, si avvicinò protendendo le braccia a toccare l’invisibile, quasi sperando che ciò che era diventato inconoscibile per gli occhi potesse perlomeno ancora rivelarsi al tatto.
Ma niente, il Colosseo non c’era più. Se n’era andato. Al suo posto una radura urbana, terra battuta e qualche ciuffo di erba qua e là.
Si creò un perimetro di sicurezza attorno all’ ex monumento, che fu chiamato Ground Zero, poi Ground Colosseo e infine Ground C.
La reazione della gente fu strana. Allo stupore e allo sgomento seguirono fenomeni sociali ed economici imprevisti. All’innalzamento vertiginoso dei prezzi dei souvenir in finto marmo fabbricati a Pechino si accompagnò la crisi di interi settori, in primis quella delle guide e dei finti legionari romani. Anche gli anziani dei dintorni ci rimasero male: niente più raccolta dei saporiti capperi che crescevano abbondanti sulle mura del monumento e che costituivano l’ingrediente basilare della pasta alla puttanesca.
Ma le funeste previsioni di decremento dei turisti a Roma e conseguente diminuzione del PIL furono presto smentite. Anzi, la curiosità attirò ancora più gente nella capitale. Qualcuno si inventò delle particolari app in realtà aumentata, che collegate a dei semplici occhiali riproducevano il Colosseo. Carmine la fece comprare anche al proprietario del Caffè, anche se, dopo una certa ora, in effetti gli avventori non ne avevano bisogno. Dopo quattro o cinque drink di Dieguito i più vedevano qualunque cosa anche con i loro soli occhi.
Era buffo vedere i turisti che guardavano quello spazio a tutte le ore del giorno e vi si aggiravano dentro in religioso silenzio seguendo percorsi all’apparenza irrazionali ma in realtà perfettamente nella logica immaginando di muoversi dentro all’antico monumento. Anche i legionari tornarono più spavaldi di prima, adesso c’era spazio anche per organizzare parate e finte battaglie.
I teorici del complotto si scatenarono, i temi più popolari oscillavano dal rapimento alieno ad opera di extraterrestri amanti delle belle arti e dell’antichità che facevano scorribande per la galassia come ai tempi di Napoleone per arraffare a beneficio dei loro musei quanto di meglio la sensibilità artistica galattica aveva prodotto in eoni a una nuova versione dell’annosa congiura giudoplutocratica. Quest’ultima consisteva nell’assunto che, a causa dell’imminente crisi ambientale e della persistente crisi pandemica si stata costruendo da qualche parte un’astronave che avrebbe ospitato quanto di meglio l’Umanità aveva prodotto nei secoli insieme ad un ristretto numero di eletti, destinati ad assicurare la continuità della razza umana.
Complessivamente l’opinione pubblica reagì compostamente e costruttivamente, in fin dei conti, ci si disse, erano secoli che il povero monumento veniva usato come cava di materiali da cani e porci, poi erano arrivati i turisti e l’inquinamento e quindi tutto sommato era ora che qualcuno lo rubasse per metterlo al riparo. E poi alla fine la cosa fece scalpore per qualche settimana, e solo sui giornali e un po’ in rete, alla gran parte della popolazione, che aveva una vaga idea della storia romana e ancor meno di quella dell’arte, la cosa fregava assai poco: alla fine c’erano tanti altri posti dove fare le gite scolastiche, i selfie o le foto del matrimonio.
A lasciar ancor più a desiderare furono i partiti e gli intellettuali.
L’opposizione accusò la maggioranza di aver venduto sottobanco il Colosseo ai cinesi per ripagare il debito pubblico, a supporto di queste accuse si citò un servizio giornalistico che sosteneva di aver individuato i container e la nave cargo dove, pezzo per pezzo e arco per arco, era stato caricato il monumento, e che poco dopo si rivelò una bufala.
La maggioranza ribatteva che non avrebbe mai venduto sottobanco i beni artistici italiani e che, anzi, custodiva gelosamente anche le immagini digitali, quelle sì importanti, molto più che qualche vecchia pietra. Si accusò l’opposizione di voler destabilizzare l’Italia cancellandone l’identità, perché qualche deputato tempo addietro aveva rilasciato delle dichiarazioni contro il monumento, colpevole di essere un simbolo sessista che esaltava la violenza. Chi l’aveva rimosso aveva quindi fatto un’opera meritoria.
I movimenti extra parlamentari oscillavano dal complotto comunista a quello fascista, ma in realtà non sapevano cosa dire. Non passava giorno che accanto all’area ex Colosseo ci fossero manifestazioni e contromanifestazioni, ognuno diceva la sua di fronte a quel vuoto, cercando di impossessarsene.
Come sempre, fu solo la scienza a dare delle risposte plausibili e apprezzate da tutti: fu tirata in ballo l’erosione istantanea, fenomenologia estrema mai osservata ma in linea teorica possibile, dovuta alle piogge molto acide.
Il fatto che quella sera non piovesse era un dettaglio, la pioggia acida si asciugava più velocemente rispetto a quella di una volta. Poteva anche trattarsi di un raro fenomeno di subsidenza che aveva inghiottito tutto: rimaneva allora il problema del perché al posto del Colosseo fosse rimasto un campo in terra battuta e non un cratere. Ma gli studi proseguivano e si sarebbe trovato presto una risposta anche a questo. L’altra possibilità è che il monumento fosse entrato in un’altra dimensione per una locale distorsione del campo gravitazionale. Immaginare una Roma con due Colossei era arduo, ma anche stimolante.
Gli intelllettuali aggiunsero un contributo minimo ma stimolante, dicendo che la storia era inesorabile, e al Colosseo era toccato quel che secoli prima era già capitato alla Colossale statua di Nerone, quella che si diceva fosse alta ben otto metri più il Colosso di Rodi, una delle sette meraviglie del mondo antico, raggiungendo quindi quasi quaranta metri. Sparita nel nulla. Nel 1936 il suo poderoso basamento, di 17 metri x 15, collocato a fianco del Colosseo, fu picconato dal regime per far largo al suo nuovo ideale urbanistico. Già, l’ideale urbanistico. Qualcuno propose di bandire un concorso internazionale di idee per costruire qualcosa al posto del Colosseo. Al limite anche un nuovo Colosseo, costruito in classe energetica A e con materiali ecosostenibile. Non c’erano i progetti originali di costruzione, ma si poteva chiedere a Las Vegas, dove c’era un hotel realizzato a forma di Colosseo, o a Macao, dove c’era una copia tale e quale. C’era anche l’ipotesi del prestito, molto caldeggiato dall’Unione Europea: Pola o Nîmes, per solidarietà, avrebbero messo a disposizione la loro antica arena, che sarebbe stata smontata e rimontata a turno in tutte le capitali europee, come si era fatto per gli europei di calcio.
Del resto la cosa era troppo grande, esattamente come lo sconfinato debito pubblico, per poter essere affrontata dentro ai confini nazionali: non si poteva chiedere un contributo a Verona o a Capua senza turbare delicati equilibri di politica interna.
Comunque si poteva anche lasciare tutto così com’era: ci fu chi osservava come il microclima fosse migliorato senza quell’oggetto ingombrante che ostacolava il vento e l’areazione delle case e poi erano diminuite anche le polveri sottili.
Una mattina presto poi, come se ne era andato, il Colosseo tornò. Ma nessuno sembrò farci più caso. Non ne parlò neanche la TV. Solo Carmine e Dieguito si diedero di gomito e facendo uno strappo alla regola, levarono i calici verso il monumento e bevvero alla sua salute con uno dei loro micidiali cocktail.

Racconto di Massimiliano Bellavista
Copertina di eineBerlinerin

About the author

Massimiliano Bellavista

È stato detto di Massimiliano Bellavista, ingegnere, scrittore blogger e docente universitario, che cerchi sempre nelle parole proprie altrui la tana del Bianconiglio. Nella tana spera di trovare un punto di vista particolare o anche solo qualcosa di speciale che nessuno ha colto prima. A volte ci riesce, a volte si accontenta di qualche gioco di prestigio. Se non proprio il Bianconiglio dalla tana, almeno sarà capace di tirarne fuori uno dal suo cilindro.
Si ritrova molto bene nella parola ‘Quatsch’ ma solo se significa ‘caos’, un caos nobile, perché crede molto nelle zone grigie, di confine, dove ad esempio i confini tra musica e parola si attenuano fino a sparire.

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