Recensioni Soundcheck

Discoforticut – Femmes

Pierpaolo de Flego

“Femmes” racchiude la sensibilità della musica elettronica degli ultimi anni, i rumori del mondo, i paesaggi più solitari e quelli anche solo immaginati in qualche strano sogno

Tagliare, cucire, raddrizzare, creare: il gioco è questo, il gioco che delinea l’orizzonte. L’orizzonte sonoro di uno dei gruppi più interessanti che si stanno affacciando sul panorama musicale italiano, elettronico e non solo. I Discoforticut sono un duo di Torino: patria, anche con i suoi dintorni, di tante belle gioie musicali italiane degli ultimi anni (dai Subsonica ai Drink To Me passando per i Niagara).
Nati nel 2013, i Discoforticut sono usciti recentemente con il loro “Femmes”. Un disco, appunto, che taglia, cuce, raddrizza e crea suoni e scenari; è elettronico, chil out a tratti e talvolta più brutale, pieno di samples, rumori e beat, molto intrigante, imprevedibile e sexy. Un disco di fascino, delicattezza e armonia, ricco di eleganza e avvolto da misteri da voler sviscerare, che innalzano il tasso di interesse e di curiosità. Un disco di genere femminile e non solo per il titolo e per i titoli, un disco che in generale fa viaggiare moltissimo.

“Sabrijna” e “Justine” sono due femmes fatales, aggressive e irresistibili, innalzate da chitarre acustiche un tempo forse usate per balneari falò ma poi distorte e mandate al macero, per essere successivamente ricomposte a dovere e con classe su “Girls of summer”, il pezzo maggiormente intriso di crepuscolare malinconia estiva. “Iris out of bed” è una suite di elettricità e synth, stende un deserto cosmico di suoni alieni e liquidi mantra, dove potersi adagiare a piedi nudi in un momento di pace universale, sezionato da beat nervosi, dritti e sbilenchi, ma perfettamente in armonia con tutto l’ambiente circostante: un’estasi, insomma, di stelle e polvere servita nell’arco di quasi dieci minuti. E poi “Velvet Aarua”, che conclude il disco con una bossa nova più acida rispetto alla normalità del genere, decorata da un sample low fi di giovane voce femminile che spiega la bellezza di Torino senza spiegarla davvero, senza concludere qualcosa (e aumentandone, dunque, il fascino).

“Femmes”, insomma, è un album dalle grandi braccia, avvolge senza intolleranza, è piacevolmente onnivoro: racchiude la sensibilità della musica elettronica degli ultimi anni, i rumori del mondo, i paesaggi più solitari e quelli anche solo immaginati in qualche strano sogno. Attinge con acume tra mille lidi, dagli arrangiamenti più nevrotici degli ultimi Depeche Mode al trip hop made in Bristol ai beat spezzati di Amon Tobin o Burial. Un disco ricco di fascino, perché fino alla fine lascia la curiosità di scoprirlo di nuovo all’ascolto successivo, perché fino alla fine ti lascia il dubbio di non averlo ancora conosciuto abbastanza. Da ascoltare e quindi riascoltare.

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