Interviste

Denis Guerini, Intervista

Fortunato Mannino

“Voglio che una canzone finita venga subito liberata e faccia il proprio corso” Denis Guerini

Uno dei primi album di musica italiana che ho recensito per SOund36 è stato i Giorni della Fionda di Denis Guerini. Album che segnalai come uno dei più belli e che ancora oggi risento volentieri. Era il lontano 2012 e di tempo ne è passato, ma seguo sempre con molto interesse il lavoro di Denis. La sua ricerca è costante e la scrittura sempre più curata, per queste ragioni oggi lo ospitiamo per la prima volta su SOund36. Ripercorreremo brevemente la sua carriera e, soprattutto, scopriremo i progetti per questo 2019.

Ciao Denis e benvenuto su SOund36.
Ciao a SOund 36 e grazie per l’accoglienza.

Prima di inviarti queste domande, ho riascoltato i tuoi dischi ed è giusto, innanzitutto, rinnovarti i miei complimenti. Tra li pubblico di SOund36 ci sarà anche chi non ti conosce, per questo ti chiedo di presentarti e ripercorrere brevemente la tua discografia.
Nasco musicalmente batterista. Dopo aver suonato in varie situazioni ho deciso di dare voce ad un altra mio bisogno artistico: la scrittura. Ho pubblicato quattro album, “L’ultimo della classe “(2009), “I giorni della fionda” (2012), “Vaghe supposizioni “(2014) e “Dissolvenze “(2017). La batteria comunque non l’ho mai abbandonata, da poco accompagno una danzatrice butoh, nel progetto “One one we are standing on death”.

Due cose mi hanno sempre colpito dei tuoi album: la capacità di avventurarti in sonorità diverse e la raffinatezza della scrittura. Come nascono musicalmente i tuoi album? Quali le fonti d’ispirazione per i tuoi testi?
Ti ringrazio molto. Credo sia il risultato delle sperimentazioni fatte da batterista. Sono passato dal grunge con i Karnea, dal jazz funky con i Betty bop, e poi mettici il fatto che sono curioso e mi annoio velocemente. I testi nascono da uno stato d’animo che cerco di tradurre in parola.

Che ruolo ha il teatro nella tua vita d’artista?
Il teatro unito alla canzone penso sia il massimo della comunicazione. Quando faccio brani che si prestano ad essere interpretati, arrivano con molta più semplicità a chi mi ascolta.

Il tuo nuovo progetto ha come titolo L’Esistanza, ti va di parlarcene?
“L’Esistanza” è il nome del mio canale YouTube e sostituisce l’album fisico. Ho fatto questa scelta perché non voglio accumulare un numero di canzoni per poi rinchiuderle in un album, ma voglio che una canzone finita venga subito liberata e faccia il proprio corso. E poi bisogna essere realistici. Chi ascolta ancora un album intero? Ascoltare è un’arte per pochi, ormai vige il bisogno di vedere, ed è anche per questo che le canzoni che faccio vengono accompagnate da video. Mi lascio, comunque, la libertà di cambiare idea.

I video sono molto belli anche se intrisi di solitudine e pessimismo. Lo sguardo dell’artista sembra partire dall’Io per poi spostarsi verso l’Atro e il mondo. Che visione hai oggi della nostra società?
Sì vero, ho un alone noir. Diciamo che sono un pessimista aperto però all’ottimismo. Credo sia una situazione generale che persiste da molti anni forse secoli, ma comunque confido ancora nei miei simili. Basterebbe guardare da un punto di vista più ampio chi si ha davanti, come insegnavano i filosofi. Se ci pensi è abbastanza semplice, ma noi lo complichiamo. Siamo noi la nostra lotta…

Quali sono i tuoi programmi per il 2019?
È da mesi ormai che io e il mio chitarrista Francesco Guerini vogliamo formare un duo alternativo al mio progetto. Abbiamo parlato di musica strumentale, jazz rock e dintorni. Spero proprio che il 2019 ci porti a realizzare almeno un brano fra i tanti in cantiere.

La foto che accompagna questa intervista è stata scattata da GianCarlo Brunelli

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