Sound&Vision

Dario D’ambrosi e il suo Teatro Patologico

Stefano Ciccarelli

Il pubblico è ipnotizzato da quella faccia che alterna urla a sorrisi, il pubblico entra nella storia percependone l’intimo segreto, siamo in quei corridoi e ne sentiamo gli odori, sentiamo le voci di fuori e di dentro, siamo tutti con lui in quelle stanze nascoste agli occhi dei benpensanti, noi con lui catapultati nell’ultimo posto del mondo

Scritto da Edo Follino

Al Teatro Patologico in Via Cassia 452 a Roma si sono festeggiati i quarant’anni di carriera del suo fondatore Dario D’ambrosi.
Presentatori della serata sono stati Sebastiano Somma e Francesco Giuffrè che hanno chiamato ad alternarsi sul palco tutti coloro che avevano qualcosa da raccontare su questo meraviglioso progetto.
Alcune mamme hanno voluto condividere la loro esperienza portandoci nel loro mondo, ci hanno parlato delle paure, dei timori, della fatica, della sorpresa e infine della gioia nel vedere i figli cambiare e tornare a sorridere in un percorso salvifico di rinascita che ha abbracciato chi raccontava, chi era raccontato e chi stava ascoltando.
Storie di vita che fanno del Teatro Patologico un progetto che si pone all’apice di una qualsiasi psichiatria moderna e che in un qualsiasi paese del pianeta sarebbe tutelato e aiutato, ma qui siamo in Italia dove molti burocrati credono che il mondo giri intorno ad una sigla o ad una scrivania, dove bisogna chiedere e aspettare e soprattutto sperare.
Le immagini intanto scorrono sullo schermo, i premi vinti in tutto il mondo, i riconoscimenti, gli spettacoli e l’emozione del pubblico con le lacrime agli occhi, poi le esercitazioni in teatro dove i ragazzi sperimentano il potere della reazione provocata dall’immagine, si stanno specchiando, c’è chi rimane fermo, chi tenta di dire qualcosa e poi c’è Paolo che sembra un attore inglese, davanti allo specchio Paolo scoppia improvvisamente in un pianto che sembra non poter finire, il papà ci racconterà dopo che Paolo era incapace di provare emozioni e che l’esperienza del teatro l’ha cambiato, adesso Paolo riesce anche a piangere.
Sebastiano e Francesco riprendono la parola e chiamano un altro ragazzo, anche lui si chiama Paolo ed è il protagonista di quasi tutte le rappresentazioni del Patologico, la sua recitazione è spontanea, vera, intima, Paolo ci legge una lettera che ci accarezza i sensi e punta dritto all’essenza, laddove ogni reazione provocata nasce per un’alchimia sconosciuta, provocando uno scossone alla coscienza di tutti quelli che sanno ascoltare.
Arriva Cristiana e timidamente comincia a parlare delle sue solitudini e di come il Teatro di Dario l’abbia aiutata a ritrovare se stessa nel conforto di una nuova speranza nata dalle amicizie con gli altri ragazzi, adesso Cristiana non è più sola ha tanti amici intorno a lei, amici che le vogliono bene.
Carlo ha una voce dirompente, potrebbe tranquillamente lavorare in una qualsiasi radio di questo universo, Carlo si racconta lentamente, forse sta recitando senza saperlo o forse lo sa, il suo è un monologo degno di un grande attore.
Alternati ai ragazzi sullo schermo scorrono i messaggi di auguri e di incoraggiamento per Dario e la sua banda, Claudia Gerini, Francesco Montanari, Domenico Iannacone, Edoardo Leo, Marco Bocci, Mia Yoo, Vinicio Marchioni, Anna Foglietta e David Sassoli Presidente del Parlamento europeo hanno voluto testimoniare la loro vicinanza e il loro affetto al grande visionario Dario D’Ambrosi.
E Dario Dov’è?
Eccolo Dario, entra sul proscenio con in mano una gabbietta vuota, indossa un camice bianco che sembra una camicia di forza, recita un monologo straziante mentre il pubblico in silenzio varca con lui la dimensione di chi rimane invisibile anche in mezzo alla folla, di chi non ha barriere nell’anima che frenano gli istinti, di chi è disturbante per la gente che crede che la follia sia una malattia trasmissibile.
Dario recita spaccando le paure del mondo imbastardito, superando ogni confine messo a difesa di quel nulla, la sua recitazione è trascinante e richiede l’ascolto assoluto delle gestualità sgraziate e delle parole apparentemente senza senso del protagonista, parole masticate di fretta con una imperfezione disegnata addosso che le rende perfette.
Il pubblico è ipnotizzato da quella faccia che alterna urla a sorrisi, il pubblico entra nella storia percependone l’intimo segreto, siamo in quei corridoi e ne sentiamo gli odori, sentiamo le voci di fuori e di dentro, siamo tutti con lui in quelle stanze nascoste agli occhi dei benpensanti, noi con lui catapultati nell’ultimo posto del mondo.
il tempo pare sospeso, io ho perso ogni difesa, me ne rendo conto sono in un totale trasporto con l’uomo che porta la gabbietta vuota e il mio sguardo è diventato imperfetto, la cosa non mi dispiace anzi ne sono felice.
Il monologo finisce, si festeggia con una torta, Dario ringrazia i suoi collaboratori, poi una strana amarezza pervade il tono, l’amarezza di chi sa che ogni giorno questo teatro deve combattere per continuare ad esistere.
Tanti auguri Dario è stato bellissimo condividere con te e i tuoi ragazzi questo pomeriggio, me ne ricorderò perchè ormai sono uncinato a questo posto, mi porto via i brividi, gli applausi, le parole, la consapevolezza di aver vissuto una magia che solo al teatro patologico si può trovare perchè uscendo ho maturato la profonda convinzione che il teatro patologico è pura emozione.

Articolo di Edo Follino, Foto di Stefano Ciccarelli

 

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