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Cristiano Godano – Mi ero perso il cuore

Claudio Prandin
Scritto da Claudio Prandin

“Dimenticatevi del clichè Godano/MK e provate ad ascoltare la mia nuova musica senza pensare al passato”

25/06/2020, Videoconferenza di Cristiano Godano

Dal momento che occorre ancora essere cauti ed evitare gli assembramenti, Cristiano Godano, il frontman dei Marlene Kuntz, ha organizzato una videoconferenza per presentare il suo imminente disco d’esordio come solista. Il 26 giugno 2020 è uscito “Mi ero perso il cuore” un album molto intimo e personale.
Cristiano Godano ha esordito ringraziando i Marlene Kuntz per l’esperienza trentennale condivisa (l’ha definita “bella e fortunosa”) e assicurando che questo suo lavoro non compromette il futuro della band. Ha quindi ringraziato i musicisti che hanno collaborato al nuovo lavoro.
Ha infine risposto alle domande che gli hanno rivolto i giornalisti presenti; di seguito un riassunto di ciò che è stato detto.

Perché hai deciso di pubblicare un album proprio adesso?
Negli ultimi 15 anni ho composto 50, 60 pezzi non finiti; poi due anni fa ho cominciato a chiuderli e ho pensato di includerli in un disco. Ho voluto essere cauto perché il mio progetto principale è quello dei MK.

Nel disco utilizzi molto la parola “paura” che sembra avere a che fare con la “consapevolezza”.
In effetti ci vuole molto coraggio a mettere in mostra sè stessi. Essendo il frontman di una band, so come i frontman vengano posti su un certo tipo di piedistallo. Però non sempre è conveniente andare nel territorio della confessione e della paura, per il timore di togliere componente mitica alla propria figura. A volte è meglio sembrare coraggiosi; ma alcuni cantanti simili a me non si sono mai tirati indietro quando hanno affrontato problemi sociali inerenti la paura. Penso a Dylan e a Neil Young.

Hai già confermato di non voler rinnegare i MK, ma nel disco ci sei soprattutto tu e lo stile non sfocia mai nel fragore dei MK.
L’arrangiamento delle nuove canzoni è opera di tutti: Simone Filippi, Gianni Maroccolo e Gianluca Rossi. Prima di entrare in studio ho parlato molto con loro per spiegargli cosa mi aspettavo dalle canzoni; avevano già sentito i pezzi suonati solo con chitarra e voce; gli ho spiegato cosa mi aspettavo dal loro contributo. Per esempio Gianni spingeva più di me sull’essenzialità.
Queste canzoni stanno in piedi da sole e non c’era bisogno di arrangiamenti sfarzosi. Abbiamo poi suonato insieme in studio e sono usciti i pezzi definitivi. Gli arrangiamenti sono quindi l’esito di un lavoro comunitario.

Finalmente il 2 luglio tornerai ad esibirti LIVE a Bergamo. Parlaci delle emozioni che provi preparando questo evento.
In effetti è il mio primo live dopo il coronavirus; sono molto emozionato proprio per la sensazione di dire “finalmente sta accadendo”; in questi mesi abbiamo avuto solo il modo di confabulare tra noi con un po’ di paura senza sapere quando saremmo potuti tornare a suonare dal vivo. Fortunatamente ci siamo sbloccati. L’emozione sarà decuplicata proprio per essere a Bergamo, una città che è stata duramente colpita dal virus. Suonerò qualche pezzo del nuovo disco e cercherò anch’io di prendere dimestichezza con loro perché dal vivo non so ancora che effetto faranno.

Cosa ti è mancato di più dei MK? Cos’hai provato a lavorare con una squadra diversa dopo 30 anni con la stessa band?
Non ho provato un vero senso di distacco. Speravo di trovarmi in una atmosfera diversa perché volevo fare un disco diverso. Se avessi voluto fare un disco alla MK, avrei voluto farlo con i MK; in più ho suonato con persone che conosco da molto tempo; Maroccolo lo conosco da 25 anni. Simone e Gianluca fanno parte degli Ustmamò; sono ottimi musicisti con cui non avevo mai suonato, ma hanno un acume musicale che appena ci siamo messi a suonare ho capito che il disco andava nella direzione giusta.

Dacci qualche consiglio per l’ascolto; consigli di prestare particolare attenzione ai testi? Perché mi sembra un album soprattutto “da leggere”. E’ giusto ascoltarlo portandosi dietro il background dei MK o è meglio affrontarlo come dei neofiti?
Dimenticatevi del clichè Godano/MK e provate ad ascoltare la mia nuova musica senza pensare al passato. Anche i dischi dei MK devono essere anche “letti”. Per i MK ho scritto dei testi per cui non ci hanno mai considerato “pop”; non sono testi per tutti. Io non sono elitario, vorrei che tutti gradissero i miei pezzi, ma i miei testi vanno letti attentamente se si vogliono comprendere; utilizzo degli intendimenti meta-letterari che soltanto leggendo si possono intercettare. Se si ascolta la canzone senza leggere il testo si perde l’intento artistico che ci sta dietro. Questi testi sono meno complessi di quelli dei MK ma se si leggono prima si comprendono meglio. Ci vuole pazienza ma è una pazienza che viene ripagata.

In queste canzoni hai parlato dei demoni della tua mente; sei stato artisticamente influenzato dal coronavirus?
Questo disco non parla del virus ma certe inquietudini contenute nel disco sono nate dalla consapevolezza della nostra vulnerabilità; già da qualche anno sento che il mondo va in una brutta direzione e perciò mi sento vulnerabile. Anche il brutto episodio successo in America con George Floyd mi fa pensare che il mondo non sta andando nella direzione giusta. E quindi credo che il mondo, e anch’io in fondo, siamo molto vulnerabili.

Neil Young, che hai citato, sostiene che un buon disco deve contenere “sincerità”.
La sincerità non è proprio necessaria, perché l’arte può essere artificio, menzogna. Non sempre lo scrittore deve essere sincero. Questo disco invece desidera essere sincero. Non mi sono minimamente preoccupato del giudizio dei vecchi fan. Secondo me la gente si aspetta un cambiamento da noi, che in ogni disco cerchiamo sempre nuove direzioni. E anche in questo disco desideravo mettere a fuoco una parte della mia natura che con i MK non era proprio a fuoco; ma è successo per spirito democratico, perché nei MK nessuno spiccava sugli altri e quindi la nostra musica era l’esito della sinergia tra tutti.

Il primo video del disco ricorda il film “Il cielo sopra Berlino”. E’ un’associazione voluta?
Il primo video “Ti voglio dire” è nato in emergenza assoluta. Volevo che fosse quello il singolo ma non avevo il video. Poi ho trovato alcune persone che mi hanno aiutato a creare i presupposti per un video fatto di corsa; ho lanciato la mia suggestione ad amici che interagissero: volevo me e una persona, un attore, che fosse in grado di interpretare una persona depressa che avesse bisogno di aiuto. Abbiamo quindi immaginato un video in bianco e nero. Il fatto che io stia dietro di lui e gli parli, ricorda davvero l’angelo di Wenders ma non abbiamo voluto copiare dal film.
Il nuovo video invece, “Com’è possibile”, si chiede davvero “com’è possibile” che nel 2020 stiano tornando certe turbolenze; il razzismo non è da sottovalutare perché sta tornando. Mi chiedo come sia possibile che la classe politica mondiale non si accorga che siamo molto vicini alla dead line e che le nuove generazioni sono a rischio, anche a livello ambientale. Come in “Blowin’ in the wind”, la mia canzone lascia le domande nell’aria e non dà risposte perché è difficile darle.

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