Sound&Vision

Coez @ Inalpi Arena

Scritto da Sara Dal Santo

Coez riporta Torino negli anni ’90 con un live solido e incisivo

“Siamo così diversi nelle foto
Schizzi nell’acqua, è solo un gioco
Vuoi la mia giacca, fa freddo in moto
Salto nel vuoto, vieni con me”

La luce cala. Il brusio si dissolve. Undici vecchi televisori appesi sopra il palco trasformano l’Inalpi Arena in una stanza condivisa degli anni ’90, un luogo sospeso dove il tempo sembra tornare indietro. Poi, il buio si riempie di synth distanti e voci filtrate: il concerto comincia non con un boato, ma con una memoria.
Il live scorre con naturalezza tra i brani dell’ultimo album 1998 e i titoli più rappresentativi della carriera di Silvano Albanese. “La tua canzone”, “Faccio un casino” e “Catene” alzano il ritmo, mentre “Domenica” e “Lontana da me” riportano il focus sulla parola.
Sul palco, Silvano Albanese — Coez — si muove con sobrietà, presenza, essenzialità. Non servono effetti: la sua voce, sostenuta da una band impeccabile, basta a scuotere l’aria. L’assetto sonoro è affidato alla band formata da Orang3 (basso e direzione musicale), Valerio Smordoni (tastiere), Alessandro Lorenzoni e Matteo Montalesi “Esseho” (chitarre e synth), e Giuseppe D’Ortona “Passerotto” (batteria): un ensemble affiatato che sostiene con precisione ogni cambio di registro.
Tra i momenti più emozionanti, “Alta marea”, capace di mantenere dal vivo tutta la forza evocativa del brano in duetto, e l’esecuzione essenziale di “Come nelle canzoni” e “Occhi rossi”. Il finale è affidato ai classici: dopo “Qualcosa di grande”, i bis includono “È sempre bello”, trasformata in un coro collettivo, e “La musica non c’è”, che chiude il concerto come un inno condiviso.
Fuori dall’arena, il freddo di novembre accompagna l’uscita del pubblico. All’interno, per due ore, Coez ha offerto un live solido e coerente, capace di unire generazioni diverse attraverso una scrittura che continua a parlare con sincerità.
Torino, che lo ha abbracciato fin dagli inizi, lo sa bene: Coez non è un artista di passaggio, ma una voce che ha accompagnato intere generazioni.

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Sara Dal Santo

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