Interviste

Claudio Cataldi, Intervista

Fortunato Mannino

Quello che ho in testa e che rincorro è un acid folk etereo, che mi piace chiamare dream-folk

Dal 22 marzo è disponibile sulla piattaforma bandcamp l’ultimo album di Claudio Cataldi. Un artista che seguo con interesse da diversi anni ma di cui, per vari motivi, non ho mai avuto occasione di scrivere. È per questa ragione che ho approfittato dell’uscita di Soundtracks per incontrarlo mediaticamente e porgli alcune domande.

Ciao Claudio e bentornato sulle pagine di SOund36. Come prima cosa ti chiedo presentarti brevemente ai nostri lettori.
Ciao Fortunato, grazie mille per l’opportunità di essere ri-ospitato sulle pagine di SOund36 e un saluto a tutti i vostri lettori. Sono Claudio Cataldi, musicista di Palermo; mando avanti un progetto solista, a mio nome, dal 2008. Finora ho pubblicato quattro lavori (“Ghost Town”, “Sleepy River, “Homing Season” e quest’ultimo “Soundtracks”), uno split in cassetta, sparpagliato vari brani qui e là, collaborato con amici quali Giampiero Riggio, Novanta, In Every Dream A Nightmare Waits.
Il mio ultimo lavoro si intitola “Soundtracks” ed è uscito del tutto autoprodotto, in un mini-CD: raccoglie tredici brani brevissimi, in media di meno di un minuto e mezzo l’uno, con un artwork fatto a mano e cucito e timbrato con le mie mani.

Quali sono le radici del tuo sound e quali le fonti d’ispirazione delle tue liriche?
Da quando ho iniziato ad ascoltare musica ho avuto due stelle polari: il grunge e la psichedelia anni ’60. Sul finire dell’adolescenza ho iniziato ad ascoltare molto post-punk e new wave, ed infatti la mia prima band era orientata su quelle sonorità. Negli ultimi anni ho ascoltato molto shoegaze e indie pop. Penso che tutti questi ascolti vengano fuori, di tanto in tanto, nei miei brani. Quello che ho in testa e che rincorro, da quando ho iniziato questo progetto solista, è un acid folk etereo, che mi piace chiamare dream-folk. Per quanto riguarda le liriche, riflettono la mia altra grande passione, la letteratura. Sono un lettore abbastanza avido, e la lettura mi dà molti spunti, anche se generalmente le mie liriche vertono su ricordi, esperienze, hanno un carattere abbastanza soggettivo ma con una sottile richiesta di empatia. Comunque a volte mi capita anche di scrivere un testo partendo proprio da un libro, come per Cal, nel mio scorso disco “Homing Season”.

Quanto ti ha influenzato l’ascolto degli LP di Syd Barrett e che emozione ti ha dato interpretare She Took a Long Cold Look per il doppio cd tributo realizzato dalla Fruit de Mer Records?
Syd Barrett è stato un ascolto fisso della mia prima adolescenza: con mio fratello abbiamo consumato i suoi tre dischi. Penso di conoscere “The Madcap Laughs” a memoria! Ti dirò anche che il primo disco dei Pink Floyd per me rimane il loro migliore in assoluto. Dato che si tratta di un artista legato ai miei primissimi ascolti, interpretare quel brano mi ha dato una piacevole sensazione di leggerezza, che devo dire mi serviva. Suonare, ascoltare musica, comporla: col passare del tempo si affastellano tante sovrastrutture e si perde un po’ la purezza di tutta la faccenda. Avere proposto di partecipare a questo doppio tributo è stato un po’ come sentire una voce che mi imponeva di recuperare un po’ di quel senso di purezza originario.

C’è un motivo particolare per cui hai scelto She Took a Long Cold Look?
Sì, c’è un motivo ben preciso: mi sembrava un brano con ampi margini di intervento e rielaborazione. Diciamoci la verità: il brano originale ha un carattere quasi abbozzato, voce e chitarra, molto semplice. Trova una sua bellezza nel non-finito. C’era quindi la possibilità di arrangiarlo da zero, con una formazione full-band, inserendo elementi, anche melodici, completamente nuovi, e mantenendo unicamente la melodia vocale come richiamo alla composizione originale. Registrare una cover per un disco di questo tipo ha senso solo se riesci a dire qualcosa di diverso: altrimenti fai solo venire, in chi l’ascolta, la voglia di andarsi a riascoltare l’originale. In questo ho dovuto imparare dai miei stessi errori: qualche anno fa avevo registrato Golden Hair, ma era una versione abbastanza pedissequa. Nulla a che vedere, per dire, con la grandiosa versione degli Slowdive. Questo lavoro mi ha dato anche modo di tributare allo stesso tempo i miei eroi della psichedelia americana anni Ottanta: ho un po’ immaginato di suonarla come l’avrebbero suonata gli Opal o i Rain Parade. Comunque ho un’altra cover quasi finita che vedrà presto la luce del giorno, ma per ora non rivelerò quale!

Ho ascoltato a lungo il tuo ultimo album. A dire il vero Soundtracks non solo mi è piaciuto molto ma è stato per me un gradevole compagno di lettura. Indubbiamente è molto diverso da tutto quello che hai fatto fino ad oggi. Qual è stata la sua genesi?

Ti ringrazio molto, è bello sapere che sia stato apprezzato, e soprattutto che sia un compagno di lettura! “Soundtracks” è nato come raccolta di brani scritti negli ultimi quattro anni, con in comune caratteristiche di commento sonoro di un viaggio. Ci sono molte canzoni scartate da questo lavoro, anche brani che effettivamente erano stati usati per altri video ma che ho deciso di non includere perché non conformi all’atmosfera che cercavo: volevo un disco essenzialmente primaverile-estivo. La colonna sonora di un viaggio fatto nella bella stagione. I primi due brani composti per il lavoro (Ropes and Strings e Dress of Leaves) mi erano stati richiesti per la colonna sonora di due mini-documentari. Altri brani, invece, nascevano come colonne sonore per una serie di micro-video realizzati dall’artista Kinokoso. Da lì sono partito con la composizione di altri brani “in stile”, cercando di dargli un’unità di fondo. I micro-video in questione spesso rappresentavano paesaggi e filmati all’aperto girati in Spagna (così è nata, ad esempio, Madrid (Santa Ana). Gli altri brani che ho composto come colonne sonore immaginarie hanno questa stessa impronta “da viaggio” e spesso sono stati scritti con in testa posti visitati negli ultimi quattro anni. Fjord pt. 1 è chiaramente figlia di un viaggio in Norvegia; Haiku, nonostante il titolo, è stata concepita dopo un viaggio a Monaco. C’è anche molta Sicilia, dentro, come in The Last Waltz, ed era inevitabile. Alla fine torno sempre qui… C’è stato un momento in cui ho pensato di includere nell’artwork una cartina dell’Europa con alcuni punti evidenziati.

I brani, anche se brevi, hanno un forte carattere evocativo. Ti sei ispirato, come sembra suggerire il titolo di un brano, agli haiku?
Sì, quel titolo fa un po’ da chiave interpretativa all’intero lavoro, sia per il riferimento stagionale che negli haiku è sempre presente (e, come ti dicevo sopra, avevo in testa un disco primaverile-estivo) sia per il concetto di breve composizione secondo regole. Per molti comporre è non porsi vincoli mentali e lasciare che la propria creatività scorra libera. D’altro canto, però, penso anche che porsi dei limiti, spaziali e temporali, possa aiutare a canalizzare le proprie energie e renderle ancora più efficaci. Pensa alla canzone pop: da decenni si combatte per trarre il massimo possibile da uno schema chiuso, verso-ritornello-verso. Qui ho tentato di fare lo stesso con una struttura ancora più vincolata. Poi c’è anche un’altra componente, marginale ma presente: ho come la sensazione che, con le attuali modalità di ascolto della musica, siamo diventati incapaci di ascoltare più di un minuto di un brano senza skippare al brano successivo. Quindi sono brani figli anche di questi tempi. Ero curioso di vedere a che punto di disattenzione possiamo arrivare, se si riesce a skippare anche un brano di quarantacinque secondi.

Ci dai un tuo giudizio sul panorama musicale italiano.
Domanda estremamente difficile. Premetto che non sono un cultore del panorama italiano contemporaneo, del quale ho una conoscenza abbastanza superficiale. Fino a qualche anno fa ti avrei detto che c’era una scena dominante, quella del cosiddetto nuovo cantautorato italiano, e una nebulosa di altre cose che le si muovevano intorno. Ora la faccenda mi sembra molto più sfumata, o forse si è solo sgonfiato tutto l’hype; in ogni caso, se guardo alla scena italiana di oggi, ho una sensazione di grande confusione, come se mancasse una direzione. Tra l’altro questo nuovo cantautorato mi è sempre risultato abbastanza noioso e autoreferenziale, e soprattutto molto, molto retorico. Preferisco le band, e ne esistono di parecchio interessanti: i Be Forest, per esempio, o i Soviet Soviet, o gli Oslo Tapes. Una cosa che mi ha particolarmente entusiasmato di recente è il debutto dei C’mon Tigre – ok, sono un collettivo mediterraneo, chiamarli gruppo italiano è riduttivo, comunque hanno fatto un disco pazzesco, che consiglio a tutti. In generale, comunque, non vedo una scena dominante, cioè varie esperienze con un filo conduttore comune, espressione dei tempi. Ma forse sono io che ho una testa con un formato troppo anni ’90…

L’ultima domanda che rivolgo solitamente agli artisti è una non domanda. Anche a te dunque chiedo di rispondere alla domanda che non ti ho fatto e alla quale avresti voluto rispondere.
Certo che ti parlo dei progetti futuri, grazie di avermelo chiesto. Ho in mente una riedizione di “Sleepy River” che in realtà è quasi pronta ma non so se uscirà mai. Poi fantasticavo sul metter mano ad un progetto completamente nuovo, ma anche questo è tutto da definire. Tirando le somme, penso che “Soundtracks” rimarrà il mio ultimo lavoro per un po’ di tempo. Lavorare sul mio scorso disco, “Homing Season”, mi aveva abbastanza prosciugato, in termini di energie, a tutti i livelli. È stato una specie di punto di non ritorno. “Soundtracks” mi ha aiutato ad uscirne fuori e si avvicina a quello che cerco da tanto tempo. Ma in ogni caso è da sette anni che mi dedico a questo progetto solista, e credo nei cicli del tempo, quindi penso che metterò un punto, nell’attesa di raccogliere energie, idee, suggestioni, e potere andare a capo.

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