Recensioni

Carmelo Pipitone – Cornucopia

Scritto da Claudio Prandin

L’esordio solista di Carmelo Pipitone riparte dalle origini dei Marta sui Tubi

Chi ama le crime stories sa che i serial killer amano lasciare la propria firma nei luoghi del delitto poiché sebbene non vogliano essere catturati desiderano essere identificabili e ben riconoscibili rispetto ai propri “colleghi”. La stessa cosa vale per Carmelo Pipitoneche in tutte le avventure musicali che ha intrapreso ha sempre imposto il suo tocco e il suo stile inimitabile, tanto che il suo modo di suonare la chitarra è diventato un marchio di fabbrica a lui strettamente riconducibile.
Come co-fondatore e leader dei Marta sui Tubi ha dato vita ad uno degli esperimenti musicali più interessanti degli ultimi vent’anni mescolando la canzone d’autore con la musica tradizionale italiana e il folk; con la superband degli ORK, formata dal bassista dei Porcupine Tree Colin Edwin e dall’immenso Pat Mastellotto, ha proposto una miscela peculiare di prog; infine con i Dunk, un altro supergruppo questa volta italiano composto dai fratelli Giuradei e da Luca Ferrari (lo storico batterista dei Verdena) ha esplorato i territori del rock all’italiana.
Va da sé che questo disco d’esordio come solista susciti interesse e attenzione. Gli 8 brani, brevi e intensi, regalano 22 minuti di musica non immediata ma assolutamente di qualità; la musica che ne scaturisce è suonata con passione, concreta e carnale; la produzione di LEF(Lorenzo Esposito Fornasari, anche lui membro degli ORK) rende lampante la sintonia che li accomuna amplificando le capacità di Pipitone.
“Cornucopia” propone un cantato verace, sanguigno e a-metrico nel senso che spesso perde volutamente il ritmo acquistando o perdendo velocità in modo inaspettato fino a dettare i ritmi agli altri strumenti musicali tra cui spicca inevitabilmente la poliedrica chitarra acustica che si esprime sia in morbidi arpeggi (come nell’apripista Talèe nella splendida Sospesoun brano strumentale ricco di spunti che chiude magistralmente il disco) sia in riff accattivanti come ne Il Potere. Non sorprende che la batteria non compaia quasi mai avvicinando lo stile di questo lavoro a quello dei primi dischi dei Mst. Vengono sapientemente alternati momenti poetici (Come tutti)a momenti più mordaci (Attentato A Dio); anche la copertina esprime una certa autoironia: l’autore immortalato con un occhio inservibile, il bastone del comando ma con indosso un pannolone evoca l’immagine perfetta del protagonista di questo disco, un personaggio generico che a detta dello stesso autore è “…un condannato a morte dalla vita, che viaggia nel tempo per raggiungere e combattere Dio.”


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Claudio Prandin

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