‘Ne ho piene le tasche’- grida l’uomo comune.
‘Ho l’armadio vuoto e non so cosa mettermi‘- esclama la signora aprendo le quattro ante dell’armadio strapieno di vestiti.
‘Le casse sono vuote’ – sentenzia l’amministratore comunale che nel frattempo ha intascato qualche mazzetta.
E’ colmo di gioia il bambino che è riuscito ad afferrare un pezzo di pane lanciato dal camion degli aiuti umanitari, dopo giorni di stomaco vuoto.
L’Italia è piena di anziani mentre le culle dei reparti di maternità sono vuote.
I telegiornali sono pieni solo di notizie di cronaca, di violenza e sopraffazione come se il mondo che ci circonda si fosse del tutto svuotato di umanità e di bontà. Le librerie sono piene di nuovi titoli e gli scaffali delle case sono spesso vuoti. Il nostro vocabolario è pieno di bellissimi vocaboli ma spesso ascoltiamo discorsi vuoti di contenuto.
A volte l’acqua è talmente abbondante che porta distruzione e morte e crea il vuoto dove passa. L’emblema di questa discrepanza sono i dati Istat che mostrano la sostanziosa ricchezza di molti italiani e la povertà assoluta di tante famiglie.
E potrei fare altri mille esempi più o meno generici che descrivono il concetto di pieno e di vuoto come antitesi, ingiustizia e indice di disordine nella gestione della vita di tutti i giorni.
Istintivamente aspiriamo al pieno, all’abbondanza alla quantità, il vuoto ci mette a disagio, ci umilia e ci indigna. Eppure in fisica come in certe filosofie come il Taoismo, il vuoto è energia potenziale, è lo spazio che genera il movimento ed è necessario per mantenere l’equilibrio, perché il pieno senza il vuoto porta all’immobilità e alla stagnazione.
Chi scrive per lavoro o per piacere, conosce bene la sindrome del foglio bianco, uno spazio vuoto, accecante che annulla le idee e la creatività ma al contempo invita ad uno sforzo, ad un gesto cinetico che fa muovere i pensieri bloccati per trasferirli nella scrittura.
Anche quando il vuoto è sinonimo di ingiustizia e diseguaglianza, nel difficile ed eterno tentativo di stabilire un’equità togliendo al molto per riempire il nulla, bisognerebbe anche mettersi al centro di quello spazio vuoto e provare a farsi venire delle idee per produrre nuove possibilità, moltiplicare il poco, generare vita dove non c’è.
In fondo è quello che ha fatto sempre l’uomo fin dall’inizio dei tempi, ha riempito la terra che lo ha generato, di cose a lui necessarie per produrre altre cose, anche meno necessarie fino a oltrepassare i limiti dell’abbondanza in uno spazio
ristretto e confinato. Al di là il vuoto. Ma c’è sempre tempo, se c’è volontà, per abbattere i confini e nel frattempo riempire d’altro gli spazi vuoti.
Cambi di stagione – La pienezza del vuoto
Il vuoto è energia potenziale, è lo spazio che genera il movimento ed è necessario per mantenere l’equilibrio, perché il pieno senza il vuoto porta all’immobilità e alla stagnazione

