Recensioni

Brunella Selo – Terre di Finimondo

Fortunato Mannino

La voce è sempre bellissima e quello che apprezziamo tantissimo è che al facile consenso ha sempre preferito perseguire la sua idea di Arte

Quando si parla di Musica spesso si parla di generi musicali, di categorie, dell’importanza del singolo musicista rispetto ad altri ma, spesso, ci si dimentica che i generi musicali sono nati dall’incontro scontro di culture diverse e che la Musica rispecchia la società che l’ha generata. Pensiamo per esempio al Jazz, al Blues, al Gospel e quanta Storia e quanta Sofferenza, le maiuscole sono volute, ci sono dietro a quelle parole a noi oggi così familiari tanto che caratterizzano buona parte delle nostre pubblicazioni. L’album che presentiamo oggi ci offre la possibilità di aprire uno squarcio, perché questo è, su mondi altrettanto affascinanti, ricchi di sfaccettature, ma di cui si parla troppo poco.
Il primo di questi mondi è il Brasile con i suoi ritmi e i suoi colori e l’altro è Napoli. Due mondi apparentemente lontani che condividono una storia comune forgiata dal susseguirsi di dominazioni, che nel loro alternarsi hanno lasciato un segno profondo nel DNA della gente e della cultura; una società che vive contraddizioni profonde, ma con una capacità unica di vivere il quotidiano e, non ultima la Musica che dal basso ha, da sempre, raccontato la gente, la società e il paesaggio.
Terre di Finimondo, titolo che richiama alla memoria il famoso romanzo di Jorge Amado, è l’album che getta un ponte ideale tra queste due culture. L’autrice è Brunella Selo, artista divisa tra musica e teatro, che torna dopo un silenzio discografico di otto anni. La voce è sempre bellissima e quello che apprezziamo tantissimo è che al facile consenso ha sempre preferito perseguire la sua idea di Arte.
Terre di Finimondo è un album ricco di emozioni e immagini nel quale si intrecciano fino a confondersi due culture e due mondi: vi è la napoletanità con le sue sonorità mediterranee e i ritmi e i colori del Brasile con la sua lingua e i classici di Chico Buarque de Hollanda, João Bosco e Jacob do Bandolim.
L’album come la copertina ha i colori della vita, ma attenti a confonderli con la sola gioia, perché i ritmi apparentatemene allegri e spensierati raccontano anche la vita con i suoi dolori e le sue miserie. Segnalo un brano su tutti perché, purtroppo, la problematica che affronta è ancora molto attuale: la schiavitù. Sinhá brano composto da João Bosco ne denunciava il fenomeno nonostante l’abolizione per legge; è evidente, purtroppo, che questa triste piaga non solo non è finita, ma ha assunto altre forme, più subdole, più ciniche e non risparmia neppure i bambini. Da qui la segnalazione mia e, voglio immaginare, la scelta di Brunella Selo.
L’album è acustico e ad accompagnare la cantante partenopea ci sono musicisti di primo livello: Alessio Sollo, Antonello Paliotti, Piero De Asmundis e Pasquale Fama.
Ormai, soprattutto a chi ci segue da sempre, è chiaro che Napoli è una fucina di artisti e di grandi musicisti e che associarla con il neomelodico è, quantomeno, ingiusto.

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Brunella Selo
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