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Banana Index

Non ci sono più le banane di una volta. Si potrebbe però tirar fuori con facilità un Banana Index che colleghi al frutto l’evoluzione storica di morale, sensibilità e costume. Un indice tutto da sfogliare, anzi da sbucciare

Poche cose possono veramente rappresentare la nostra evoluzione (parabola) culturale occidentale come il connubio tra musica e banana. Ha sempre spinto gli artisti pop verso nuove vette.
C’era l’epoca dell’ingenuità, quella dei canti popolari giamaicani dove i lavoratori portuali, come nerborute mondine dalla pelle d’ebano, dopo aver caricato la nave bananiera, all’alba, cantavano il Banana Song (Reso celebre da Harry Belafonte come Day-O ovvero Banana Boat Song).
“Come, mister tallyman, tally me banana./ Daylight come and we wanna go home”. (ovvero.: Vieni signor contabile, fai il conteggio delle mie banane. /La luce del giorno arriva e noi vogliamo andare a casa).
Insomma la sola differenza era che si trattava di un calipso mentre le mondine folcheggiavano “Sciur padrun da li béli braghi bianchi /föra li palanchi föra li palanchi/ föra li palanchi ch’anduma a cà.” Ma a parte questo, riso o banane faceva lo stesso.
Che testi! Che parole! Paiono lontani da noi come il buco nero scoperto al centro della Via Lattea.
C’era anche il Quartetto Cetra che spopolava con Juanita Banana che faceva così:
Viveva sulle coste messicane/la figlia di un famoso piantatore/invece di piantare le banane/ cantava “caro nome del mio cuore”
ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah
ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah
Juanita banana, juanita banana/Juanita banana, juanita banana

ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah!. Appunto. Questa età dell’innocenza dura relativamente poco: la banana conosce un vero inferno dagli anni Settanta in poi. Un’orgia di cattivo gusto si abbatte sull’indifeso frutto giallino. Svilita, perde la sua dignità afflosciandosi in sordina. Si apre un mondo e la parabola (che poi con un po’ di immaginazione è per l’appunto una curva a banana) comincia a precipitare. Da quel momento infatti la banana si sbuccia in mille rivoli, un autentico e molteplice banana split; molti artisti, anche famosissimi, hanno il loro banana moment (di cui peraltro non tutti si sono poi pentiti, guardate in rete e solo leggendo i titoli delle infinite canzoni bananose vi arricchirete) e non si tratta come si può pensare solo delle scontate e abusate metafore sessuali, che pure ci sono a carrettate in tutte le lingue di Babele (collocabili a vari livelli di goliardia, nonsense e trash), ma anche di cose molto complesse.
Ad esempio, al Quartetto Cetra sarebbe stato culturalmente, direi geneticamente impossibile cantare una metafora bananifera/escrementizia come Gwen Stefani una cinquantina di anni dopo in Hollaback Girl: Oooh, this my shit, this my shit [4x]/ Let me hear you say/This shit is bananas, B-A-N-A-N-A-S [4x] Pensate alla rabbia degli scaricatori giamaicani anche solo a pensare a questo accostamento, e alla possibilità anche remota di avere in realtà spalato m… per una vita.
Un capitolo a parte meritano Le figlie del vento di Sugli sugli bane bane, Tu miscugli le banane un nonsense a tema culinario, seguito da un altro parto letterario assoluto come I carciofi son maturi se li mangi poco duri.
Addirittura ci sono mirabili tentativi intellettuali, e succede che la banana diventi simbolo di abuso (nel non memorabile Cocciante anni ottanta del Sufflè con le banane) o s’imponga come apoteosi della perfezione (come negli immortali versi di Gianni Drudi Tiramisù la banana col bacio / Sui maccheroni ci vuole del cacio) o simbolo del tradimento per il Morandi sfigato di Banane e lampone. Fino alla completa e quasi mistica identificazione col frutto di un artista e noto youtuber che già dieci anni fa cantava ossessivamente I’m a banana/I’m a banana/I’m a banana.
Verrebbe da dire oh tempora, oh bananas o anche non ci sono più le banane di una volta, ma sarebbero davvero triti luoghi comuni. Si potrebbe però tirar fuori con facilità un Banana Index che colleghi al frutto l’evoluzione storica di morale, sensibilità e costume. Un indice tutto da sfogliare, anzi da sbucciare.
Questo articolo vuole in ogni caso chiudersi su di una nota di ottimismo, addirittura di autentica speranza. Una nuova generazione ha digerito la pandemia e sta metabolizzando anche l’idea di una guerra nucleare, una generazione di giovani internazionali ma legati alle proprie radici, ipertecnologici ma anche sognatori e ingenui. Questa generazione può forse girare la parabola e invertire la banana. Sembra così oggi all’Eurovision Song Contest, dove una band di macro-minion norvegesi mattacchioni vestita da lupi giallo banana gira per le scuole, i palazzi e le strade di Torino cantando e ballonzolando quanto segue:

And before that wolf eats my grandma
Give that wolf a banana
Give that wolf
And before that wolf eats my grandma
Give that wolf a banana
Give that wolf
Give that wolf (banana)
Yum, yum, yum, yum-yum-yum

Non vi sembra che la freccia del tempo si stia invertendo verso il Quartetto Cetra? E sarà un buon segno? Nel frattempo che ci pensate, date al lupo una banana. Non si sa mai.

About the author

Massimiliano Bellavista

È stato detto di Massimiliano Bellavista, ingegnere, scrittore blogger e docente universitario, che cerchi sempre nelle parole proprie altrui la tana del Bianconiglio. Nella tana spera di trovare un punto di vista particolare o anche solo qualcosa di speciale che nessuno ha colto prima. A volte ci riesce, a volte si accontenta di qualche gioco di prestigio. Se non proprio il Bianconiglio dalla tana, almeno sarà capace di tirarne fuori uno dal suo cilindro.
Si ritrova molto bene nella parola ‘Quatsch’ ma solo se significa ‘caos’, un caos nobile, perché crede molto nelle zone grigie, di confine, dove ad esempio i confini tra musica e parola si attenuano fino a sparire.

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