Recensioni

ArtemisiA – Rito Apotropaico

Fortunato Mannino

Gran bell’album!

Quello che proponiamo oggi è un’affascinante viaggio elettrico in quel misterioso, quanto irrazionale, mondo dell’occulto. Un mondo che non ha confini spazio – temporali e rappresenta, in maniera esemplare, tutta la fragilità dell’essere umano. Fin dall’antichità si è cercato di dare una spiegazione, e un colpevole, alla propria sventura, si è cercato un contatto col mondo degli spiriti alla ricerca di chi si è perduto per sempre, si sono inventate preghiere e riti misterici per evocare il favore degli dei ma… il confine paura – illusione / stupidità – lucro resta sempre molto labile. Intatto resta, invece, il fascino che gesti e oggetti hanno dal punto di vista antropologico. E allora, riscoprire i testi ritrovati nella fontana di Anna Perenna a Roma, capire il significato della cornucopia e del cornetto, riscoprire i culti misterici e capire il significato della classica, quanto volgare, grattatina squarcia, per un attimo, il velo dei millenni.
Gli ArtemisiA ci propongono con Rito Apotropaico un viaggio in questo misterioso, quanto affascinante, mondo. Un viaggio trasversale lungo i secoli, che irradia, per un attimo, un mondo parallelo con il quale ogni giorno, in qualche modo, entriamo in contatto.
A Vito Flebus, Ivano Bello e Gabriele “Gus” Gustin, rispettivamente chitarra, basso e batteria, è affidato il compito di creare le atmosfere cupe, potenti, a volte maestose altre più dimesse, che caratterizzano l’album. Un sound che affonda le sue radici nello stoner / prog rock a cui fa da contraltare la bella voce di Anna Ballarin, che incarna il mood dell’album stesso. Tanti i temi che vengono sfiorati e che meritano di essere approfonditi, come la Ouija in Tavola Antica, strumento con il quale qualcuno pensa di mettersi in contatto con gli spiriti; la figura di Artemisia di Alicarnasso nella Regina Guerriera; il tema aberrante della pedofilia che attraversa in modo trasversale le religioni, come la più squallida delle realtà nel Giardino Violato.
Tra le mie preferite: Iside e Senza Scampo. La prima, maestosa e accattivante nel suo ritornello, richiama, immediatamente, alla memoria l’Egitto misterico ma, più in generale, ripropone gli atavici riti e culti dedicati alla Grande Madre. La seconda chiude l’album e, forse non a caso, è l’unica traccia acustica, visto che coglie l’orrore della deportazione. Un orrore vissuto e colto negli occhi sgomenti dell’altro, mentre, in fila col gelo nelle ossa e nell’anima, si aspetta l’inizio della fine.
Gran bell’album!

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